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Maledire noi stessi per il bene degli affamati? C'è un'altra via La Gino Strada e il senso unico di colpa Modesto invito a mangiare l’arrosto senza volersi male E’ Natale. Stai mangiando allegramente con i tuoi familiari gli agnolini e l’arrosto. Gli stomaci pieni rendono l’atmosfera ancora più gioviale. Ed ecco che dalla televisione un dito accusatore ti viene puntato addosso: i bambini dell’Africa stanno morendo di fame. Il tuo arrosto, la tua espressione di beato relax familiare diventano all’improvviso grotteschi, cinici. E’ da sempre, ogni Natale, che qualcuno alla televisione (l’ultima volta è toccato a Sergio Zavoli) fa sentire in colpa i festaioli italiani, con il solito ritornello: “Chi adesso si sta riempiendo lo stomaco, sappia che sta facendo morire di fame milioni di bambini”. E allora mi scatta una molla interna di ribellione: IO sto facendo morire di fame chi?! Ma quando mai?! Io compro un arrosto, faccio stare meglio un salumiere, che a sua volta fa stare meglio un macellaio, che a sua volta da lavoro a tanti agricoltori. Ci smena solo il vitello macellato, ma non si può avere tutto: almeno gli esseri umani ci guadagnano e basta. E poi se i vitelli non li dovessimo allevare per mangiarceli, probabilmente si sarebbero già estinti come tante altre specie animali. Cosa succede in Africa e ovunque si muore di fame? Succede che i vitelli muoiono di fame nel deserto dei campi collettivizzati o vengono sgozzati dalla soldataglia, il macellaio non può lavorare, se non a determinate condizioni, dettate dal regime di turno, dall’ideologia di turno, dalla religione di turno, dagli usi “tradizionali” di turno; il salumiere ha paura di aprire il negozio perché bande armate (che si armano perché credono che la loro ideologia, razza o religione sia superiore alle altre) girano per città e campagne ammazzando tutti e spaccando tutto. Di conseguenza la gente ha paura di sedersi a tavola e anche se potesse permetterselo, non avrebbe niente da mangiare. Negli stessi Paesi, pochi, grassi, dittatori, gli stessi che impongono questo stile di vita spartano a tutta la loro popolazione e comandano le bande armate di cui sopra, possono permettersi pranzi faraonici che noi, semplici cittadini di una democrazia occidentale, non possiamo nemmeno sognarci. Sarà anche una visione semplificata delle cose, ma di fatto è questa la differenza fra un Paese dove i bambini hanno la pancia piena di cibo delle feste natalizie e un Paese dove i bambini hanno la pancia gonfia per la fame e le malattie. Noi non stiamo proprio affamando nessuno, non dobbiamo proprio avere sensi di colpa. Eppure il grosso della gente cede alle sirene del solidarismo, si sente in colpa e da i suoi soldi o parte del suo lavoro a opere di “volontariato”. Oppure paga le sue tasse ed è costretto a regalare parte di ciò che guadagna onestamente, per progetti di “cooperazione internazionale”. E dove finiscono tutti questi risparmi, tutto questo lavoro regalato? Non a sfamare i bambini che si vedono in televisione, ma ad armare le bande che li riducono in quello stato e ad arricchire il dittatore che è la causa a monte della condizione in cui versano. Affermazione populista? Non proprio. Basta vedere alcuni esempi famosi. Emergency, per esempio. Adesso, dare il proprio contributo a Gino Strada, per lo meno portare la spillina di Emergency sul bavero della giacca è diventato un must per ogni fighetta della MTV Generation che voglia farsi vedere “consapevole”. Bene: Gino Strada difendeva apertamente e a spada tratta il regime dei Talebani, la sua “sovranità” e anche la sua legge repressiva: “Meglio una donna in burqa che una scosciata presentatrice di Mediaset”. Ricordate? Lo stesso Gino Strada difendeva a spada tratta Saddam Hussein, tanto da volergli fare da scudo umano. Altro esempio: ogni anno circa 120 milioni di euro, di nostri euro, finiscono nelle casse dell’Autorità Nazionale Palestinese, cioè nelle tasche di Arafat. Con quei nostri euro, che volenti o nolenti siamo costretti a regalargli, come minimo paga la stampa di libri antisemiti e antioccidentali. Altri milioni di nostri euro sono destinati alla dittatura vietnamita, uno dei brontosauri dello stalinismo mondiale e uno dei regimi più criminali del mondo, responsabile già di 1 milione e mezzo di morti (forse già cresciuti negli ultimi anni) fra i suoi stessi cittadini. Senza parlare delle Ong “private”, che fanno letteralmente a gara a chi raccoglie più fondi per la Palestina, per Cuba, per qualsiasi altra dittatura sponsor del terrorismo internazionale. Sono anche sinceri nel loro proposito. “Ah, scommetto che il nostro cooperante in Palestina si è già arruolato in Hamas, sempre che non si sia fatto già saltare in mezzo agli Ebrei!” mi disse con fierezza e senso di macabra ironia una bella ragazza di una Ong italiana. Quando gli Americani hanno posto come condizione per la cooperazione con la Palestina la dichiarazione di condannare il terrorismo, molte Ong hanno rifiutato. E non dimentichiamo che Hamas stessa, ufficialmente, è una Ong. Dopo l’11 settembre e in occasione del suo secondo anniversario, sull’agenzia missionaria MISNA, dominava un solo messaggio: “gli Americani se lo sono meritato”. Ma prendiamo un caso storico, che pochi conoscono: il Live Aid. Il mitico “We are the World”, che tutti quelli nati prima del 1980 ricorderanno sicuramente, fu una raccolta fondi per coprire una deportazione di massa e un genocidio. Non sto scherzando: nel 1984 il dittatore comunista Menghistu stava completando il suo piano stalinista di sterminio e repressione, tramite carestie indotte nello Uollò e in altre regioni del Nord dell’Etiopia. Scoperto e messo a nudo il suo crimine, aveva bisogno di una copertura internazionale: spacciò quella deportazione per un trasferimento spontaneo di popolazione di fronte a una “desertificazione” naturale. E tese la mano per chieder soldi. La mia generazione glieli diede, comprando milioni di copie della cassetta di “We are the World” e si sorbì fior di documentari, a catechismo e a scuola, sulla “disperata popolazione etiope che fugge dal deserto”. Queste frodi colossali ai danni di chi fa la sua carità credendo di fare del bene, non sono eccezioni alla regola, ma sono la regola. Le eccezioni sono gli enti solidaristi e i piani di cooperazione che effettivamente aiutano la gente bisognosa. Ma perché? Forse per un fatto di natura. Per il fatto che l’uomo non riesce ad aiutare tutti. Molta gente che si impegna nel volontariato, molti politici che si lanciano in progetti di cooperazione internazionale, sono sicuramente in buona fede. C’è da esser certi che la maggior parte di loro sono convinti di poter rendere migliore questo mondo, ma è proprio qui la causa del male. Perché quando si rendono conto che è difficile sfamare popoli la cui fame è causata dalle loro stesse leggi e dai loro stessi governi, che la motivazione nell’aiutare sconosciuti (magari anche ostili) prima o poi si estingue, possono imboccare la tangente ideologica e rivoluzionaria, quella di chi vuole rendere il mondo migliore distruggendo quello che esiste (e, alla fine, facendo star peggio tutti); o possono andare alla deriva verso il nichilismo più gretto, quello dei truffatori che raccolgono fondi per arricchirsi o per arricchire amici, parenti e clienti, spartendosi i container che sbarcano in Albania, costruendo scuole nel deserto o creando aziende di panificazione dove non cresce il grano. Gli “erogatori di bene” si trasformano in “disseminatori di male”. Non è proprio possibile “fare del bene”? Una via, a dire il vero, ci sarebbe: mangiarsi il proprio pranzo senza provare sensi di colpa. Fare del bene a una persona, con un nome, un cognome, un’identità ben precisa, regalandole la propria benevolenza e il proprio aiuto, non perché lo si deve fare, ma perché le si vuole bene, le si attribuisce un’importanza tutta particolare secondo sentimenti e criteri di scelta che sono del tutto individuali, “egoisti”. Un Oggettivista |
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