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La storia di Marino, che da cattolico si fece comunista fino all’estremo dell’assassinio e che poi tornò a Cristo, scontando sulla sua pelle la pace vera e la crudeltà del mondo
Una storia cestinata
Solo 30 anni fa, migliaia di giovani ubriacati dalle luccicanti ragioni del comunismo creavano un’atmosfera di terrore nel paese, (arrivando ad uccidere barbaramente commissari di polizia, magistrati e giornalisti). Solo 5-10 anni fa, i loro figli hanno ucciso ancora a sangue freddo uomini onesti come D’Antona e Biagi.
Oggi, su tutti i giornali e le televisioni, i cattivi maestri - come Adriano Sofri e Toni Negri - di queste deboli menti, oltre a tantissimi ex-brigatisti, sono ascoltati e riveriti, in nome di un passato “da dimenticare”.
Uno solo di loro non merita nemmeno un cenno: Leonardo Marino, ovvero - per uno strano caso - l’unico che, dopo essersi convertito al Cristianesimo, si è pentito fino in fondo di ci? che ha fatto, arrivando addirittura ad auto-accusarsi di un omicidio (commesso con il Sofri di cui sopra).
In queste righe vi presentiamo brani tratti dalla sua toccante autobiografia, “La verità di piombo” (Edizioni ARES), sperando che, invece di dimenticare, qualcuno voglia capire le tremende - ma anche attraenti - ragioni che possono portare, ancora oggi, all’odio puro.
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L’unico terrorista comunista pentito di quel che ha fatto
Sono l’uomo che, dopo sedici anni, ha permesso con la propria confessione, di far luce su quello che è ormai tragicamente noto come il primo delitto del terrorismo italiano, l’uomo che i giudici hanno definito l’unico, vero pentito degli anni di piombo, perché ero libero, incensurato, insospettabile e mai gli inquirenti sarebbero giunti a me se non mi fossi presentato spontaneamente a rendere la mia confessione.
Non sono un mitomane, né un millantatore, né un sadico, né un masochista, né tantomeno un pazzo. Sono stato educato, da bambino e da ragazzo, nella fede cristiana, poi, nel corso della vita, ho abbracciato altri ideali, ma a un certo punto, proprio come il figliol prodigo, ho sentito, nel profondo dell’anima, come un imperativo, il bisogno di riabbracciare la fede in Cristo, da cui la necessità di ottenere il perdono per il male fatto. E non si pu? ottenere perdono, da Dio e dagli uomini, senza confessione. (pagg. 11, 12)
La dura condizione operaia
Mi sembrava di essere Charlot nel film “Tempi moderni” (…). Un aggettivo solo pu? rendere l’idea: infernale. (…) Le otto ore erano interrotte da mezz’ora per il mangiare. (…) Oltre a questa mezz’ora, si aveva diritto a 10 minuti di cambio, nelle otto ore, per andare a prendere il caffé (c’era un distributore di caffé, coca cola e aranciata), per fumare una sigaretta, ma soprattutto per andare al gabinetto. (…) Ora, bisogna tener presente che, per chi non riusciva a completare il proprio pezzo nei 50 secondi, erano guai. (…) E dopo due ritardi cos? c’era la sospensione. E poi il licenziamento. (pagg. 21, 22, 23, 25, 26)
Primo passo:
la protesta contro
lo sfruttamento
Un fatto fondamentale fu il maggio francese del ‘68 e il movimento studentesco in Italia di riflesso.(…) Leggere quelle cronache ci faceva capire che si pu? anche protestare, far sentire la propria voce. (…) Finché ci giunge voce che al reparto presse sono entrati in sciopero, uno sciopero spontaneo, non organizzato dai sindacati, anzi contro il volere dei sindacati. E allora che incominciamo a discutere. Qualcuno propone: se un reparto ferma tutta la Fiat, quando loro ricominciano a lavorare possiamo fermarci noi. Io ero sicuramente uno degli elementi trainanti. Sono infatti io che propongo lo sciopero, e una decina di compagni si dichiara subito d’accordo. Seguono tutti gli altri. E una grossa esperienza, perché ci sentiamo protagonisti di una grande sfida contro chi credeva di poterci sfruttare senza alcun riguardo per l’elemento uomo. (pagg. 29, 30, 31)
Un altro passo:
completare la Resistenza, ovvero la rivoluzione comunista
in Italia
Io non sapevo neanche chi fosse Marx, né tantomeno Lenin. La politicizzazione è una cosa che arriva per gradi. Si comincia a frequentare le loro case, vedi che hanno decine di libri, (…) su Mao Tse Tung, Castro e Che Guevara, e allora ti viene voglia di sapere, di informarti, di leggere. Soprattutto di Mao, della Rivoluzione Culturale cinese e delle Guardie Rosse. E quello il modello. Non l’Urss, che è uno Stato “riformista” e, come tale, ha rinunciato alla rivoluzione. Alla stessa stregua, il massimo disprezzo va al Pci, che ha tradito la classe operaia, rinunciando a instaurare in Italia la dittatura del proletariato. (…) E poi i libri: il “Che fare”? di Lenin, la “Guerra di guerriglia” di Che Guevara, ma soprattutto il libro di Giovanni Pesce “Senza tregua: la guerra dei Gap”. Era il nostro vangelo. Ci coinvolgeva perché era una storia tutta italiana, e non c’era bisogno di essere cinesi, o di vivere nel centro America. (…) Sentivamo rammarico e rabbia per il fatto che quei partigiani comunisti, quei combattenti dei Gap, erano stati traditi dai capi del Pci che avevano accettato di cedere le armi. Per noi c’era stata, e c’era, una sola Resistenza: quella che avrebbe dovuto portare alla rivoluzione bolscevica, ai soviet. Il fatto che ci fosse stato il tradimento della Resistenza, non voleva per? dire che non si potesse di nuovo riprendere la lotta, tanto più che si sapeva che non certo tutti i partigiani avevano restituito le armi, e che nelle sezioni del Pci molti ex combattenti mordevano il freno e aspettavano soltanto un segnale da noi, la nuova generazione. (pagg. 31, 32)
L’attrazione per un
carisma affascinante
Sofri. Sofri era tutt’ altra cosa. Mi resi subito conto che aveva un modo speciale di esprimersi, di parlare, di esporre le cose. E poi, era molto simpatico: nel modo di fare, nel modo di trattare la gente. (…) lo vedevo tutti i giorni, mangiavamo assieme, lo portavo in giro per Torino sulla mia “124”. Per essere sincero, eravamo diventati inseparabili nel senso che ero io che cercavo di stare tutto il giorno con lui. (…) Sofri, che al processo dirà poi che quei programmi rivoluzionari erano “gargarismi”, allora era per noi un capo rivoluzionario. Noi credevamo in lui esattamente come i bolscevichi avevano creduto in Lenin. Noi sapevamo, credevamo, che faceva sul serio. Per questo, io, personalmente, lo veneravo, per questo diedi il suo nome a mio figlio. (pagg. 33, 45)
La nascita di “Lotta Continua”
[Lotta continua] nacque con una serie di volantini, una specie di quotidiano a ciclostile, in cui si faceva la cronaca dettagliata degli scioperi alla Fiat. Ogni volantino incominciava con la frase: “La lotta all’officina 54 continua”. Ed era la mia officina. A un certo punto, il volantino usc? con le parole “Lotta Continua” come titolo. (…) Ci sentivamo più ganzi di tutte le altre formazioni o bande dell’estrema sinistra. (…) Che cosa si dovesse fare era chiaro: la guerra civile e la rivoluzione comunista.
Gli altri protagonisti
Conosco cos? Mario Dalmaviva, che era di Potere Operaio e non aderirà a Lotta Continua, Guido Viale e la sua ragazza Daniela Garavini, Luigi Bobbio, figlio del filosofo Norberto, e la sua compagna Laura De Rossi, Enzo Piperno, fratello di Franco, e numerosi altri. Successivamente conosco anche Adriano Sofri, che non è torinese, è di Trieste, figlio di un ammiraglio, ma viene dall’università di Pisa, con altri compagni del Potere Operaio di Pisa. Lotta Continua allora non esisteva ancora. (…)
Di Viale e Bobbio ho già parlato. Marco Boato (…) dice che si sente infangato da me. (…) Io con la mia confessione, ho individuato le responsabilità personali, liberando quindi Boato e gli altri dal sospetto. (…) Enrico Deaglio, torinese anche lui, era medico al pronto soccorso. Poi si trasfer? a Roma a lavorare alla redazione del quotidiano Lotta Continua. Era un ammiratore di Sofri al punto da cambiare mestiere. Lo ritengo in buona fede. (…) Mauro Rostagno [era] contrario all’omicidio di Calabresi. (…) Franco Bolis si mobilit? contro di me (…) perché io avevo affermato che l’omicidio Calabresi era stato deciso anche per frenare l’emorragia di militanti verso le nascenti Brigate Rosse. (pagg. 30, 31, 39, 40)
Un passo ancora:
l’organizzazione armata
A un certo punto, all’interno dell’organizzazione, si era posto il problema dell’autodifesa. (…) In un’organizzazione politica che si ripromette di fare la rivoluzione, è ovvio che ci si debba preoccupare di creare le strutture adatte, esattamente come era accaduto durante la Resistenza, quando il Pci aveva creato i Gap. Allora, ogni mezzo diventava idoneo per realizzare il fine, anche se, magari personalmente, la cosa non ti esalta troppo. Ma ormai sei nell’ingranaggio e non puoi tirarti indietro.
All’inizio, la formazione del servizio d’ordine si era resa necessaria perché ce l’avevano tutti gli altri partiti di lotta, a cominciare dal Pci. Ma era una cosa legale, serviva come autodifesa da attacchi fascisti, come coordinamento dei cortei, come reazione ai pestaggi della polizia. Questo per? non bastava. Tra noi si era sempre parlato e discusso della necessità di passare dalle parole ai fatti e quindi di praticare azioni violente e armate. Esattamente sul modello dei Gap. La decisione di istituire il livello illegale fu presa dai vertici dell’organizzazione. A me personalmente la comunic? Sofri. (…) Mi disse: “Bisogna incominciare a organizzarci in maniera più seria, perché non basta più parlare e fare propaganda, non basta più il servizio d’ordine, ci vuole un gruppo in grado di affrontare la situazione con le armi”. (…) Mi disse che sarebbe venuto a Torino un compagno di Massa, con l’incarico di contattare e addestrare le persone adatte. Era “Enrico”, Ovidio Bompressi. Fu infatti lui a contattarmi e incominciammo a riunirci per studiare le prime azioni: rifornimento di armi, e rapine per l’autofinanziamento. In quel periodo - era l’autunno ‘70 - arriv? a Torino Giorgio Pietrostefani. Era figlio di un prefetto, aveva fama di essere il braccio destro di Sofri, il suo portavoce, il numero due di Lotta Continua. (pagg. 42, 43, 44)
Lo Stato impotente di fronte
a migliaia di esaltati
Comunque, anche l’illegalità di massa era pur sempre illegalità e a questo punto ci si potrebbe chiedere come mai lo Stato, la polizia, la magistratura, ci lasciassero fare. La mia idea è che vi fosse un rapporto di forze abbastanza equilibrato. Eravamo forti per davvero, e lo Stato temeva la rivoluzione per davvero. Del resto, come mettere in galera migliaia di giovani? Il rapporto Mazza parlava chiaro: nella sola Milano, le forze rivoluzionarie di estrema sinistra potevano contare su almeno 30.000 persone. (…) E una vasta area di opinione, intellettuali, scrittori, giornalisti famosi, guardava a noi con occhio benevolo, pensava a un cambiamento positivo della società grazie a noi. (pag. 44)
Ecco perché divenne
necessario uccidere
Ero convinto, come tutti, che l’anarchico Pino Pinelli fosse stato ucciso nella questura di Milano da Calabresi o comunque per ordine di Calabresi. (…) Ognuno di noi pensava che la strage di piazza ‘Fontana fosse stata orchestrata da gente molto abile e pericolosa per creare un motivo di repressione della sinistra in generale e di noi extraparlamentari in particolare. Da qui la necessità di far cadere la colpa sugli anarchici e quella di ammazzare Pinelli, che, come scrivevano ormai anche i giornali del Pci e un grande settimanale come L’Espresso, “aveva capito tutto e avrebbe potuto smascherare la trama di Stato”. (…)
In sostanza, sapevamo che era impossibile sviluppare azioni di massa senza stimolarle con azioni individuali che dessero la carica, che facessero capire che il movimento rivoluzionario era passato all’offensiva.
E qui entriamo direttamente nel motivo principale dell’assassinio di Calabresi. La campagna di stampa che fu fatta da Lotta Continua contro Calabresi serv? per far capire alla massa che quello era l’obiettivo da colpire.
In un memoriale che Sofri consegn? ai giudici della Corte d’assise pochi giorni prima della sentenza, c’è scritta una frase giusta: “Quando scrivevamo provocatoriamente le nostre denunce, ci chiedevamo se avrebbero suscitato la chiusura del giornale, o il nostro arresto, o una violenza diretta contro di noi. Dopo un po’ capimmo che dall’altra parte si era deliberato di ignorare la nostra sfida. Che questo ci apparisse come una conferma della nostra denuncia non occorre dirlo: del resto, non lo era?”.
Calabresi ci era stato praticamente “consegnato” dallo Stato. Dopodiché, non si pu? pensare che cinquecento o mille persone si muovessero per linciare Calabresi. Ci voleva un’avanguardia organizzata, preparata per colpire. (…)
[Il commissario Calabresi] era solo un poliziotto che faceva il suo mestiere. Ma allora, per noi, il poliziotto “buono” non esisteva. Tanto più Calabresi, che ci avevano insegnato a odiare non solo come l’assassino di Pinelli, ma anche come il persecutore dei compagni, l’organizzatore della repressione poliziesca contro la sinistra extraparlamentare di Milano, l’agente della Cia.
Fondamentale e determinante, nel creare in noi questa convinzione, questo odio, fu l’atteggiamento dei grandi nomi della cultura del tempo. Non passava settimana che L’Espresso non pubblicasse pagine intere su Calabresi, contro Calabresi. Lo attaccavano a fondo L’Unità, Vie Nuove, l’Avanti!. Leggevamo quegli articoli, e non era come leggere Lotta Continua, di cui sapevamo che era un foglio di propaganda, e che, per fare propaganda, poteva anche esagerare un po’. Ma il vedere le stesse cose scritte sui giornali borghesi, sui grandi quotidiani, ci faceva dire: “Ma allora è tutto vero!”. (…)
Quando poi usc? sull’Espresso, giornale che in sede leggevamo tutti, l’appello degli Ottocento, firmato da grandi pensatori come il professor Bobbio, grandi registi come Federico Fellini, scrittori e poeti come Pier Paolo Pasolini, giornalisti famosi come Giorgio Bocca, uomini politici e grandi combattenti antifascisti come Umberto Terracini, leggere quei nomi sotto un appello che chiedeva l’allontanamento di Calabresi dalla polizia, e dei giudici che lo avevano assolto dalla magistratura, e che definiva apertamente il commissario “assassino di Pinelli”, ebbe per noi tutti un’importanza enorme. Anche se non conoscevo tutti quei nomi, alcuni sapevo perfettamente chi erano.
Nomi di quel calibro scendevano in lizza contro Calabresi. Era dunque lui l’obiettivo principale. Come se, togliendo di mezzo lui, si fosse fatta la massima operazione possibile di giustizia. (pagg 44, 45, 46, 48, 49)
La decisione
di passare ai fatti
Il primo a parlarmi della possibilità di far fuori Calabresi fu Bompressi, nell’autunno del ‘71. (…) Avremmo dovuto rubare una macchina e io avrei dovuto guidarla. Quella era la mansione adatta per me, visto che l’avevo fatto bene altre volte, durante le rapine. In seguito me ne parl? più volte Pietrostefani, durante i nostri incontri a Torino. (…)
In più di una riunione con Bompressi e Pietrostefani fu messo a punto il piano d’azione. (…) Se ci avessero fermati prima, avremmo dovuto dire che volevamo soltanto minacciare e spaventare il commissario. Se ci avessero catturati dopo, avremmo dovuto dire di essere estranei a Lotta Continua e di aver voluto vendicare Pinelli. (…)
Ai primi di maggio ‘72, a seguito di scontri con la polizia a Pisa, mor? il compagno Serantini. Il clima divenne rovente e Pietrostefani mi annunci? che si dovevano anticipare i tempi e ammazzare subito Calabresi. Fino a quel momento avevamo solo parlato, ma adesso si trattava di passare dalle parole ai fatti e io fui messo bruscamente di fronte agli impegni che ormai avevo preso. Un conto era fare delle rapine, un conto era ammazzare un uomo a freddo, colpendolo alla schiena, anche se non sarei stato io, ma Bompressi, quello che avrebbe sparato. Per la prima volta sentii un senso di sgomento e volli essere certo di non fare una cosa avventata. Per questo chiesi ripetutamente a Pietrostefani di confermarmi se Sofri davvero era d’accordo, e lui mi disse che potevo accertarmene di persona andando a parlare con lui al comizio per la morte di Serantini. Parlai con Sofri subito dopo la fine del comizio. Pur confermandomi che la decisione era stata presa e che la cosa andava fatta, e tutte le altre cose che ho raccontato al processo, (…) io ricavai da quel breve colloquio l’impressione abbastanza netta che Sofri, nel suo intimo, esitasse. L’impressione che mi fece fu quella di essersi lasciato trascinare da Pietrostefani in quella decisione, insomma di aver detto s? controvoglia. E mi sembr? di averne una conferma nelle parole che mi disse accomiatandomi: “Speriamo vi vada bene, senn? siamo fottuti”.
Ultimo passo:
l’assassinio nudo e crudo
Il 17 [maggio 1972] tutto si svolse secondo il nostro piano. Arrivammo sul posto parecchio tempo prima dell’ ora in cui sapevamo che il commissario usciva di casa (tra le 9 e le 9,20). (…) Di polizia sapevamo dall’ “inchiesta” che non ce n’era mai sotto casa, e su quello andavamo tranquilli. (…)Proseguii facendo un lungo giro per portarmi in prossimità del portone del dottor Calabresi, e vidi Bompressi che, calmo e tranquillo, passeggiava sul marciapiede col giornale in mano. Vedere Bompressi mi riport? di colpo alla realtà e a quello che stavamo per fare e di nuovo mi riprese l’angoscia. (…)
A un tratto, ecco che esce il dottor Calabresi. Lo riconosco subito, dalle foto sui giornali. Vorrei guardare dall’altra parte ma non riesco. Innesto la retromarcia e lentamente retrocedo, per portarmi il più vicino possibile a Bompressi e favorire cos? la sua fuga. Ho di nuovo la tentazione di non guardare, ma è più forte di me. Giro gli occhi a sinistra e vedo Calabresi e Bompressi che attraversano la strada tra le auto. Enrico si è accodato per passare in due. Ora sono arrivati. Ecco, ci siamo, penso. E infatti Calabresi fa per aprire la portiera della “500”, ma Bompressi estrae la “Smith and Wesson” e gli spara a bruciapelo un colpo alla nuca e subito dopo uno alla schiena.
Quell’immagine è sempre nei miei occhi. Non riuscir? mai più a scordarmela. Subito dopo, Bompressi riattraversa la strada in diagonale, tenendo la pistola in pugno, passando in mezzo alle macchine che si sono fermate, mi raggiunge, sale a bordo e si butta sul sedile dicendo: “Che schifo!”. Non una parola di più.
Infine, la confessione e la pace (ma non quella
facile del mondo…)
E’ stato detto che il movente della mia confessione siano stati i problemi spiccioli di ogni giorno (…). E io dico che tutto fa. Ma alla base della decisione di confessare non c’è solo questo. Per esempio c’è il desiderio di uno stacco, di una rottura traumatica (…).
Io credo che l’educazione giovanile che uno ha ricevuto finisca per influenzarlo tutta la vita e (…) gli rimane dentro il fatto che Dio è misericordioso, capisce e tollera tutto, e che noi abbiamo la possibilità, la facoltà di sbagliare, ma possiamo essere perdonati andando a confessarci. (…) Scelsi un vecchio prete (…).
Dopo aver pronunciato le commoventi parole del sacramento, quel sacerdote mi assegn? come penitenza di sopportare tutte le calunnie e le accuse che mi sarebbero state certamente rivolte. (pagg. 85, 86, 87, 88)
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