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Martedì, 21 Febbraio 2017 11:00

Islam, devi scegliere: Mecca o Medina?

  • Sottotitolo: In Pakistan, il terrore rivendicato da gruppi islamici è ormai diventato normalità quotidiana: solo a febbraio sono state massacrate più di 80 persone il giorno 16 e altre 14 persone tre giorni prima. Islam, è ora di dire cosa vuoi davvero.
Anna Bono

Bambina in una stanza per metà ordinata e per metà devastata dalla guerraSe l’Islam è una religione di pace sta agli Islamici deciderlo: sta a loro scegliere tra l’Islam della Mecca e quello di Medina, tra un jihad inteso come sforzo di miglioramento personale nella fede o invece come guerra per imporre l’Islam nel mondo e ai fedeli musulmani una devozione perfetta.

Che esista un terrorismo islamico invece è fuori discussione. Fa parte dei mezzi di lotta usati dai musulmani jiahdisti convinti che, per meritare il paradiso, non basti seguire la shari’a, la legge coranica, ma sia anche necessario combattere per conquistare le terre degli infedeli – le dar al-harb, le terre della guerra – e controllare il comportamento degli altri fedeli, costringerli, se necessario con la forza, a rispettare le leggi, punirli severamente se trasgrediscono. Ne sono convinti perchè lo trovano scritto nel Corano, che è parola di Allah increata, indiscutibile, e perchè prendono esempio dal Profeta Maometto, l’infallibile, da quel che ha detto e fatto in vita.

È un jihadista l’autore dell’attentato suicida che il 16 febbraio ha ucciso più di 80 persone e ne ha ferite altre 200 in Pakistan. Le vittime si trovavano nel tempio sufi di Lal Shahbaz Qalandar, nella città di Sehwan, per assistere al “Dhamaal”, un rito di musica e danze della tradizione sufi. Alcuni sopravvissuti hanno detto che l’attentatore ha eluso i controlli indossando un burka sotto il quale nascondeva una granata. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis, lo Stato Islamico, su Amaq, il sito di propaganda dei militanti del Califfato.

Nei giorni precedenti altri attentati dinamitardi sono stati messi a segno in Pakistan. Il più grave si è verificato il 13 febbraio a Lahore dove un attentatore si è fatto esplodere davanti all’Assemblea legislativa del Punjab mentre era in corso una manifestazione di farmacisti uccidendo 14 persone e ferendone 85. In quel caso a rivendicare l’azione è stata Jamat-ul-Ahrar, una fazione del gruppo jihadista fuorilegge Tehreek-i-Taliban Pakistan. Il suo portavoce, Asad Mansoor, ha dichiarato: “L’esplosione è solo la prima di una lunga serie della nostra operazione ‘Ghazi’ (guerrieri islamici). Lanciamo un avvertimento ai dipartimenti apostati del Pakistan: sono loro l’obiettivo di questa operazione in tutto il Paese”.

Jamat-ul-Ahrar è responsabile anche della strage del lunedì dell’Angelo nel 2016, in un parco di Lahore, di nuovo un attacco dinamitardo suicida che ha ucciso 70 persone e ne ha ferite più di 300. In quel caso il bersaglio erano i cristiani ai quali, per la prima volta, il governo aveva concesso di festeggiare il giorno successivo alla Pasqua, ma tra le vittime ci sono stati molti musulmani che avevano deciso di trascorrere il giorno festivo nel parco.

All’agenzia di stampa AsiaNews Padre Abid Habib, della Commissione Giustizia e pace, ha detto di temere che le violenze si estendano di nuovo alle chiese cattoliche: “stiamo ricevendo messaggi che le nostre chiese saranno attaccate. I terroristi potranno anche avere le proprie basi in Afghanistan, ma essi sono finanziati dai sauditi. I militanti seguono l’ideologia wahhabita, che elogia il concetto di jihad e spinge all’odio contro gli infedeli”. Per loro, ha aggiunto, “visitare i templi significa adorare gli dei. Nella provincia del Sindh molte persone venerano i propri santi, e anche tanti indù fanno visita al tempio di Lal Shahbaz Qalandar”.

AsiaNews ha raccolto altri commenti sugli attentati in Pakistan. Secondo Adnan Rehmat, un noto editorialista, è arrivato il momento di “eliminare l’elemento religioso [islamico] dalla Costituzione e stabilire una volta per tutte che il compito dello Stato è garantire il benessere dei cittadini e non utilizzare questi ultimi per le sue manie di grandezza nel voler emergere come il leader della Ummah [comunità islamica] sulla base dell’identità religiosa e confessionale. Altrimenti ciò che vuole lo Stato verrebbe a coincidere con ciò che vogliono e glorificano i terroristi”. Per Samson Salamat, presidente del Rwadari Tehreek (Movimento per la tolleranza pakistano), “il governo federale e quelli provinciali, così come le agenzie anti-terrorismo, sono responsabili. Per anni abbiamo chiesto politiche e strategie per affrontare il terrorismo violento, ma in tutta risposta abbiamo avuto solo alcune iniziative che non vanno al cuore del problema. Nonostante sia stato approvato un Piano di azione nazionale per combattere il terrorismo, esso non è mai stato pienamente messo in pratica con impegno da parte di tutti gli attori interessati”. Il risultato di questo immobilismo, ha continuato Salamat, “è che assistiamo di continuo e impotenti a gruppi illegali che fanno manifestazioni, incontri e raccolgono soldi in pubblico”.

Commentando la minaccia formulata da Jamat-ul-Ahrar – le chiese cattoliche non saranno colpite solo se manterranno le distanze dalle istituzioni governative – Saeeda Deep, islamica, sostenitrice dell’Institute of Peace and Secular Studies, ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei luoghi sacri delle minoranze perchè “chiese ed edifici simili sono obiettivi facili, a differenza degli edifici governativi posti sotto stretta sorveglianza. Inoltre i terroristi sanno che colpendo le minoranze ottengono il favore del pubblico. Essi sono addestrati ad uccidere, basta loro solo una scusa”.

Sempre a proposito delle minacce jihadiste in Pakistan, monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi, afferma: “è difficile comprendere i talebani. Dipende tutto dal modo in cui pensano, da come interpretano la nozione di nemico e come collegano le circostanze. Potrebbero fare qualsiasi cosa a un funzionario dell’esercito che visita una chiesa o a un poliziotto che presta servizio di guardia durante la messa della domenica. Si tratta di un tipo diverso di guerriglia. Perciò dobbiamo imparare a proteggerci”.

 

Letto 618 volte Ultima modifica il Lunedì, 17 Luglio 2017 20:11

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