Contenuto Principale
Sabato, 08 Luglio 2017 21:22

Il papa nero e quel fumo di Satana negli occhi

  • Sottotitolo: Il demonio torna a far parlare di sé con la sua presunta inesistenza, rivendicata anche da alte sfere religiose. Che le parole profetiche di Paolo VI e Leone XIII stiano diventando realtà?

“Abbiamo creato figure simboliche, come il diavolo, per esprimere il male”. “Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra, invece la realtà umana è molto più sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo”.

Queste parole non vengono da un membro qualunque della Chiesa. Chi le ha pronunciate è quello che viene chiamato il "papa nero" della Chiesa, ovvero il Generale dei gesuiti padre Arturo Sosa. Si sperava che quest'ultimo si fermasse a “bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù… a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole” e che per queste parole, datate 18 febbraio 2017, chiedesse scusa, ritrattando. Purtroppo, così non è stato. Anzi, ha rincarato la dose. Scandalose, le sue parole citate all'inizio, ma per nulla sorprendenti, dati i tempi non facili che corrono nella Chiesa. Da vari decenni, per rimanere in tema, molte predicazioni e studi cattolici dimenticano il diavolo. Alcuni teologi non solo tacciono su questo personaggio richiamato più volte da Gesù, ma spesso ne parlano come di una metafora banale: un frutto della fantasia pagana, penetrato poi nel giudaismo. Considerando il ruolo che ricopre, risulta difficile credere che padre Sosa non si renda conto del drammatico errore in cui può indurre i credenti.

Diceva Lewis ne Le lettere di Berlicche: “Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è di non credere alla loro esistenza. L'altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d'ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago”. E, se non bastasse, basterebbe ricordare al Superiore gesuita gli Esercizi Spirituali del suo fondatore Sant'Ignazio di Loyola e anche Papa Francesco, che non perde occasione per ricordare le tentazioni del diavolo. Si vede che gli interessi mondani preoccupano di più. 

Del resto, chiunque abbia una conoscenza anche minimale del Nuovo Testamento avrebbe un po’ di remore prima di dimenticare le parole nette della Prima Lettera di Pietro (ovvero proprio di colui a cui Gesù stesso affidò la sua chiesa, sulla quale “le porte degli inferi non prevarranno”): “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” ((I lettera 5, 8-9). Ecco perché la Chiesa ha istituito anche la funzione dell’esorcistato per allontanare il demonio dalle persone che egli ha posseduto e dai luoghi che egli ha infestato. Tutta la Bibbia, a cominciare dal Libro della Genesi, parla dell’esistenza del diavolo e degli angeli ribelli, della loro cacciata dal Cielo e della loro azione volta a impedire l’amicizia dell’uomo con Dio. Per non parlare del Nuovo Testamento: 27 libri canonici, tra cui i 4 Vangeli sinottici, in cui Cristo rivela che la propria missione è liberare gli uomini dal potere di Satana e quindi dal peccato. Compresi i numerosi esorcismi che Egli ha fatto, come nel caso dell'indemoniato di Gerasa (San Marco 5, 1-20), le tre volte in cui ha respinto il diavolo, le tentazioni durante il digiuno di 40 giorni nel deserto (San Matteo 4,1-11, San Marco 1,12-13 e San Luca 4,1-13).

E da qui si può capire perché i dogmi siano fondamentali: “dogma”, ossia concretamente “ciò che la Chiesa afferma”, con la certezza che le viene dal rapporto ininterrotto nei secoli con Cristo, fin dalle sue origini e per tutto il corso della storia. L’alternativa qual è? Affidarci ad altri, alla soggettività di chiunque voglia dire qualcosa su Gesù, con il pericolo enorme che “il Grande Avversario” ci metta lo zampino. Eppure, alcuni cattolici veramente non ci credono e si dedicano a demolire la fede del popolo di Dio. Si tratta dell’eresia che rende gli uomini di Chiesa del tutto indifferenti al dogma, o anche insofferenti nei suoi confronti. Questa eresia ha un nome particolare, “modernismo-il coacervo di tutte le eresie”, come diceva San Pio X, giacché punta a demolire il dogma, lasciando lo spazio ad ogni opinione, anche a quella più strampalata.

Certo, di audio con la voce di Gesù non ve ne sono, ma abbiamo qualcosa di più importante: la storia, che con i fatti ci dimostra la veridicità delle Sue parole. Non a caso, l'uomo ha vissuto realmente bene, con bontà bellezza sapienza giustizia, senza ansie e azioni diaboliche, proprio in quei secoli in cui ha ascoltato di più e non contestato i Suoi insegnamenti. Secoli nati dall'incontro del Figlio di Dio con l'uomo (questo è soprattutto il cattolicesimo) e dalle sue parole, le uniche in grado di dare la vita eterna.

Ma se anche da sacerdoti ai vertici della Chiesa arrivano queste affermazioni, che cosa dobbiamo pensare? Papa Paolo VI il 29 giugno 1972 disse: “Debbo accusare la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”. E qualche mese dopo, il 15 novembre, aggiungeva: “Cari presbiteri quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio”.

Parole che dovrebbero far tremare le vene e i polsi e non certo indurre ad affermazioni riduttive.

E se le parole di un papa non bastano, c'è la viva esperienza di un pontefice a rincarare la dose. Il 13 ottobre 1884, al termine della celebrazione della S. Messa, papa Leone XIII udì una voce dal timbro gutturale e profondo che diceva: “Posso distruggere la tua Chiesa: per far questo ho bisogno di più tempo e di più potere” Il Papa udì anche una voce più aggraziata che domandava: “Quanto tempo? Quanto potere?” La voce gutturale rispose: “Dai settantacinque ai cento anni e un più grande potere su coloro che si consegnano al mio servizio”. La voce gentile replicò: “Hai il tempo…” Profondamente turbato, Leone XIII dispose che una speciale preghiera, da lui stesso composta, venisse recitata al termine della S. Messa (fino a quando il Concilio Vaticano II la rimosse, nel 1964). La riportiamo di seguito, perché il lettore possa pronunciarla come segno di fiducia finale in Colui la cui speranza non delude.

“San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia: sii tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo. Che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli. E tu, o principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime. Amen”.

 

 

Letto 324 volte Ultima modifica il Lunedì, 17 Luglio 2017 20:07

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.