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Lunedì, 17 Luglio 2017 07:21

Parole, non (solo) opere di bene

  • Sottotitolo: La Chiesa attuale è incentrata sulla misericordia dei gesti e delle opere, ma il credente ha anche "dubia" a cui chiede umilmente risposte, ovvero "parole" certe che lo aiutino ad andare avanti.

E’ appena morto il cardinale tedesco Joachim Meisner. Aveva 83 anni, era arcivescovo emerito di Colonia e si trovava in vacanza in località Bad Fussing. Vabbe’, a parte il cordoglio sempre doveroso per una persona che, pur anziana, viene a mancare improvvisamente, la sua scomparsa è importante anche per un altro motivo: il gruppo dei “dubia” adesso si riduce a tre. Gli altri sono i cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke e l’italiano Carlo Caffarra.

I quattro, quando erano quattro, avevano indirizzato a papa Francesco una serie di quesiti (in latino, «dubia», dubbi) riguardo alla corretta interpretazione dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia, che in alcuni punti non era proprio chiarissima riguardo ai divorziati risposati. Se questi l’avessero chiesto, era lecito permettere loro di accostarsi al sacramento dell’eucarestia? Insomma, dar loro la comunione o no? L’insegnamento della Chiesa, fin lì, era stato esplicito: no. Ma l’Amoris laetitia sembrava possibilista. Sembrava, ma non è che fosse proprio chiarissima. Da qui la richiesta di spiegazioni autentiche (dicesi interpretazione autentica quella che di una norma fa lo stesso legislatore che l’ha emanata) al papa. Solo che il papa non ha mai risposto. Passato un anno, i quattro hanno chiesto di essere ricevuti in udienza, proprio per farsi chiarire le cose, se non per iscritto almeno in viva voce. Ma neanche questa richiesta è stata accordata. Così, alcune conferenze episcopali hanno interpretato la Amoris Laetitia in senso progressista, altre in senso conservatore. Risultato, ognuno fa quello che gli pare. Esattamente ciò che i quattro cardinali avrebbero voluto evitare.

La dimidiazione del gruppo dei quattro segue a ruota la giubilazione del cardinale Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il più importante dicastero vaticano. Müller, che prese il posto a lungo tenuto da Ratzinger come «guardiano della fede», è stato congedato a stretta scadenza di mandato: cinque anni. Grazie e tanti saluti. Non era mai successo che l’incarico non venisse rinnovato, specialmente in un prelato relativamente giovane (Müller non ha settant’anni), laddove ci sono cardinali ottuagenari che restano in carica finché morte non sopraggiunga. Ma Müller, pur non facendone parte effettiva, era della “banda dei quattro” almeno in spirito. Infatti, in un’intervista aveva detto: «Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando Amoris laetitia secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del papa». Per lui l’esortazione andava valutata alla luce di tutto – tutto - l’insegnamento della Chiesa. Cioè, ovviamente, di quello precedente e secolare. Müller aveva dato anche un colpo alla botte, prendendo le distanze dall’uscita pubblica dei quattro. Ma lo spoiling system di papa Francesco l’ha raggiunto, colpito e affondato. Gli osservatori di cose vaticane fanno presente che già da un po’ l’ex Sant’Uffizio aveva cessato di essere quello che era ai tempi d’oro, quando ogni sua alzata di sopracciglio aveva un peso di tutto riguardo. E’, vero, adesso Müller sarà più libero di dire la sua, ma la dirà da pensionato, non da capo della Congregazione più autorevole in materia di dottrina.

Anche se, ormai, «la dottrina non è una clava», come dice questo papa. E non ha più l’importanza che ha avuto fino a Benedetto XVI. Adesso quel che conta è la pastorale. Meglio: molti gesti e poche parole. Sì, perché, le parole, c’è sempre qualcuno che le vuole spiegate.

 

Letto 671 volte Ultima modifica il Venerdì, 01 Settembre 2017 19:15

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