Cosa c’è di meglio, per ricompattare una maggioranza traballante fatta da due forze politiche come il Pd (una sinistra liberale) e il M5S (un populismo di sinistra che ha il relativismo per essenza), che “fare qualcosa di sinistra”? Ecco così spiegato il ritorno, in una versione riveduta e aggiornata, del vecchio ddl Scalfarotto al quale si sono aggiunte le firme di Alessandro Zan e Laura Boldrini.

Il nuovo disegno di legge si prefigge di contrastare la discriminazione sociale operata sulla base di criteri vaghi come il «sesso», il «genere», l’«orientamento sessuale», l’«identità di genere».

In maniera del tutto simile al suo antecedente, il pericolo della nuova norma consiste nella sua genericità. La vaghezza della formulazione consente infatti ampi margini di discrezionalità e, di conseguenza, lascia largo spazio all’imprevedibilità. Come scrive sulla NBQ il magistrato Giacomo Rocchi, «le norme sono disegnate proprio nello stile dello Stato totalitario: generiche nella descrizione della condotta vietata e tutte indirizzate a verificare le finalità dell’autore, ad entrare nell’animo della sua coscienza per condannarla».

Rocchi vede bene il precedente storico: l’imprevedibilità della sanzione penale è stata uno dei contrassegni di quella forma malata di potere che conosciamo col nome di totalitarismo. Ogni ideologia totalitaria, si sa, rifiuta il formalismo giuridico. Leggi e pene non sono mai definite in maniera chiara ma si riducono a considerazioni soggettive, a norme vaghe e a sentenze imprevedibili dipendenti più dalla figura dell’imputato che dalle sue azioni definite legalmente. Pensiamo solo al processo subito dai giovani studenti cristiani della Rosa Bianca, l’organizzazione clandestina antinazista, che nel febbraio 1943 vengono condannati a morte dal Reich dopo essere stati ripetutamente umiliati dal pubblico ministero (la “toga bruna” Roland Freisler, una sorta di Vishinskij hitleriano) senza che la sentenza faccia il minimo riferimento a un articolo del codice penale.

Non va dimenticato che al terrore totalitario importa soprattutto una cosa: smascherare i “nemici oggettivi”, i semplici portatori di tendenze considerate pericolose dal potere e dunque da eliminare in anticipo, prima che si manifestino sotto forma di resistenza.

È importante sapere che il principio di legalità ha un valore tutto particolare per chi è affetto da quello che il filosofo Vittorio Mathieu ha chiamato, in un vecchio libro ancora attualissimo, il «cancro del giacobinismo». Senza dubbio, ne è passata di acqua sotto i ponti. Il giacobinismo di oggi è ben diverso dal suo omologo del XIX secolo. Oggigiorno veste panni più adatti alle mode del tempo: panni multicolori, arcobalenati. Ma non ha perso l’antico vizio di ogni giacobinismo che si rispetti.

Per ogni giacobino lo stato, ogni istituzione, ogni comando, ogni legge è legittima se esprime una fantomatica «Volontà generale». Fin dai tempi di Rousseau, non è ben chiaro cosa sia davvero la Volontà generale. Si sa solo che è una specie di assoluto salvifico, una divinità laica dall’essenza ultimamente inconoscibile ai profani. C’è infatti un unico depositario del suo segreto: un corpo mistico di eletti, una minoranza illuminata che, sola, è in grado di interpretare la Volontà generale nella sua purezza. E, soprattutto, che si arroga il diritto di costringere il popolo ad essere libero, anche a costo di forzarlo con una tirannia. Pas de liberté pour les ennemis de la liberté!

Gli individui saranno liberi solo nella misura in cui la loro volontà singolare saprà conformarsi alla verità universale dettata dalla presunta Volontà Generale. E poco importa che questa venga imposta dalla minoranza «profetica» che se n’è fatta (arbitrariamente) interprete.

La Volontà Generale è una sorta di rivelazione originaria che non è stabilita dai procedimenti convenzionali (dagli iter parlamentari ad esempio). Questi servono al massimo a manifestarla.

È quanto accade oggi: il corpo profetico degli «eletti» ha stabilito che la mistica dei «nuovi diritti» (dal matrimonio omosex fino all’utero in affitto) sia ciò che esprime al meglio la Volontà generale. E dunque si prodiga per costringere tutti ad essere liberi, che lo vogliano o meno. È indicativo che per imporre questa ideologia si arrivi a corrompere il linguaggio. Lo mostra Josef Pieper in uno scritto di fresca traduzione: Abuso di parola, abuso di potere (Cantagalli).

La parola umana – e in generale il linguaggio – ha due aspetti, ricorda Pieper.

Il primo aspetto consiste nel riferimento alla realtà. La parola rivela il mondo, rendendolo comprensibile. Il segno linguistico si identifica con le cose e fa del linguaggio una specie di rappresentante della realtà.

Ma c’è anche il secondo aspetto del linguaggio: il suo carattere comunicativo. Si parla sempre a qualcuno per rendergli conoscibile qualcosa di reale. Questi due aspetti, per quanto distinti, sono inseparabili.

Quando la parola non comunica più nulla di reale a nessuno essa degenera in propaganda. È il linguaggio del potere e della menzogna, che non dice delle cose perché queste siano vere, ma le dice perché vuole ottenere un certo effetto. In questo caso la lingua non comunica più la realtà agli uomini; vuole piuttosto propagare emozioni, suscitare stati d’animo, predisporre gli animi ad accogliere una certa visione del mondo, spingere gli uomini a un determinato comportamento.

«Per natura», avverte Pieper, «parola e linguaggio non sono qualcosa di speciale e specialistico, non identificano un ambito parziale e specifico, ma rappresentano il mezzo in cui si svolge l’esistenza spirituale collettiva nel suo complesso. Nella parola, soprattutto, si attua la vita sociale. E pertanto, se la parola si corrompe, l’umanità stessa non può rimanere intatta e illesa». Allora è la stessa vita sociale ad essere in pericolo. Lo aveva già intuito Platone scagliandosi contro i sofisti, forse i primi grandi esperti di manipolazione linguistica del mondo antico.

Senza girarci troppo intorno, appare chiaro l’orizzonte di pensiero degli estensori del ddl Zan-Scalfarotto-Boldrini: il costruttivismo sociale, un prodotto di quell’antropocentrismo che secondo la Laudato si’ «ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà».  Nell’ottica costruttivista c’è confusione tra artificiale e naturale: di fatto non esistono realtà naturali ovvero frutto di una crescita organica largamente incosciente e spontanea. Ogni realtà umana va dunque costruita, architettata, pianificata. Sotto questo punto di vista non c’è alcuna differenza tra una società naturale come la famiglia e la società civile che, per dirla con le parole di Rosmini, «non trae il suo cominciamento dalla cognizione spontanea e naturale, ma dalla libera riflessione; e sotto questo aspetto ella non è l’opera della natura, ma dell’industria nell’uomo; onde può dirsi, con acconcia denominazione, artificiale, siccome quella che non ha per fine prossimo un bene dato dalla natura, ma un bene trovato dall’ingegno e dall’arte umana».

Certo fa ben sperare che questi abusi del potere incontrino una resistenza nella coscienza popolare, come dimostra il successo della manifestazione “Restiamo liberi” dell’11 e del 16 luglio. In democrazia, scrive Luigi Sturzo nel suo Politica e morale, è di vitale importanza che il potere abbia un limite ideale. Il limite morale – che «in quanto valore spirituale, è per se stesso un limite al potere (in quanto questo è forza materiale), perché si fonda nella tradizione del popolo e trova la sua espressione nella coscienza collettiva» – è infatti una sorta di anticorpo sociale che «produce quelle salutari reazioni della coscienza pubblica che ristabiliscono l’equilibro occasionalmente turbato».

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