Quando i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti.

La sentenza del filosofo marxista Ernst Bloch può bene applicarsi al caso del cattolicesimo tedesco, che, nelle sue gerarchie, continua imperterrito la sua marcia a senso unico. Apertura ai divorziati risposati, benedizioni ai gay, rivalutazione di Lutero, seria presa in considerazione dei «viri probati» (laici che sostituiscono i preti) eccetera. La Chiesa tedesca subisce il contagio di prossimità con i protestanti, senza curarsi del fatto che certe misure questi ultimi le hanno prese per primi ma senza frutto, anzi. Comprese le donne-prete e vescovo. Eppure, anche loro perdono terreno che è un piacere (si fa per dire). I 24 milioni di cattolici e i 23 di protestanti tedeschi perdono ogni anno mezzo milione di fedeli. E si tratta di quelli censiti, perché in Germania la tassa pro-confessione religiosa è obbligatoria e per non pagarla bisogna appunto censirsi, cioè farsi cancellare dai ruoli. Chissà quanti sono quelli che, per non sottostare alla trafila burocratica, votano «coi piedi». Cioè, semplicemente e silenziosamente disertano la frequenza alle chiese.

Monaco, capitale del cattolicesimo tedesco, conta un milione e settecentomila fedeli, almeno sulla carta. Ma ha solo 37 seminaristi. Per un paragone, negli Usa (non certo un Paese cattolico) di seminaristi ce ne sono 49 ogni 96mila cattolici (cfr. «Intervento nella società», gennaio-marzo 2018, pag. 50). Dal 1996 a oggi sono state chiuse in Germania 537 parrocchie, praticamente un quarto del totale, e lo stillicidio prosegue. Si prevede che nel giro di vent’anni il cristianesimo tedesco sarà un fenomeno di minoranza. Rispetto a che? All’islam, naturalmente. Le moschee e le sale di preghiera erano circa settecento alla fine degli anni Ottanta, ora sono oltre 2500. A fronte di tutto questo, che fanno le gerarchie cattoliche tedesche? Cambiano radicalmente rotta? Macché. Chiunque muterebbe un metodo che, dopo decenni di prova, non funziona, ma loro no. Restaurazione? Giammai: sarebbe un «ritorno indietro». E allora, forza, avanti così. Ma sì, ponti e non muri.

Ma la cosa sta cominciando a stufare almeno i politici laici (cui interessano i voti, non le teorie clericalmente corrette). Com’è noto, dopo mesi di faticose trattative, la Germania ha varato finalmente il nuovo governo. Ebbene, il nuovo ministro degli interni (l’ex governatore della Baviera, Horst Seehofer, ha rilasciato la sua prima intervista al settimanale «Bild» e, tra le altre cose, ha detto chiaro che «l’Islam non appartiene alla Germania. La Germania è stata forgiata dal cristianesimo. Dal cristianesimo ha tratto le sue domeniche libere e le sue festività religiose o i riti come Pasqua, Pentecoste o Natale». E’ vero, «i musulmani che vivono da noi appartengono alla Germania, ma questo non significa che noi dobbiamo per questo motivo rinunciare alle nostre tradizioni tipiche per un riguardo eccessivo e sbagliato» (L. Glori, Corrispondenza Romana). Certo, può essere, questa, una dichiarazione politica tesa a tamponare l’ascesa elettorale della destra tedesca. Ma è pur sempre un ministro degli interni a parlare, e come esordio del nuovo governo non c’è male. Il popolo tedesco comincia, insomma, ad agitarsi sulla sedia. Non sono molti gli anni passati da quando la cancelliera Angela Merkel proclamava il contrario («L’islam appartiene alla Germania»). Ma adesso i musulmani in Germania sono sei milioni. E in crescita costante. Dunque, le parole del ministro degli interni dovrebbero essere accompagnate dall’unico rimedio possibile: il ritorno massiccio dei tedeschi al cristianesimo, cattolico o luterano che sia. Ma forse ostano i preti…

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