Sugli arresti di membri di cellule jihadiste in Italia ci sono, al tempo stesso, una notizia buona, una cattiva e una gravissima.

Partiamo dalla notizia buona: la sorveglianza funziona. L’Italia è stata risparmiata, fino a questo momento, da attentati di terroristi islamici. Si è a lungo speculato sul perché di questa assenza. In parte si ricorre alla spiegazione sociologica, per cui i musulmani sono troppo pochi e troppo recenti per costituire quella “zona grigia” necessaria ai terroristi per rifugiarsi e far reclute. Il terrorista non vive nel vuoto, infatti. Come i Brigatisti Rossi godevano dell’appoggio di parte dei sindacati operai e delle fabbriche, dei movimenti marxisti leninisti e di appoggi politici altolocati (che ne hanno protetto la struttura dalla repressione per quasi dieci anni), anche i terroristi islamici sono forti dove hanno appoggi sociali, economici e politici. Dove nuotano come pesci nel mare. In Italia manca ancora questa rete di appoggio. Poi ci sono una serie di speculazioni sulla possibile esistenza di un “patto”, più o meno dichiarato fra l’Italia e le organizzazioni terroristiche, sulla falsariga dell’ormai noto “Lodo Moro”: i terroristi passino pure dal territorio italiano, purché colpiscano all’estero. Ma c’è una terza spiegazione che emerge con tutta evidenza proprio in questi arresti: l’antiterrorismo funziona bene. Non si può che rendergliene merito, sono soldi ben spesi.

Passiamo ora alla notizia cattiva: in Italia sono stati arrestati radicali islamici che erano pronti a compiere attentati. Non erano appena immigrati, ma cittadini nati in Italia. Sono stranieri naturalizzati, di seconda generazione. Di solito la seconda generazione di immigrati è quella più propensa ad integrarsi e meno incline a darsi al terrorismo. Questi arresti dimostrano che questa non è una regola ferrea. Purtroppo il fanatismo sta diffondendosi anche fra chi avrebbe tutto l’interesse a migliorare la propria condizione sociale. Proprio a questo proposito è bene notare che: le persone arrestate non sono disperate. Non sono poveri che non hanno nulla da perdere, sono dei piccolo-borghesi. L’ultimo arrestato, nella provincia di Cuneo, era un “bravo ragazzo” che giocava a calcio con i vicini, stimato e rispettato nel suo condominio. Alla faccia di quelli che pensano che il terrorismo sia un fenomeno che sorge dalla povertà e dall’emarginazione.

Ma arriviamo alla notizia gravissima: la scoperta del centro culturale. Al Dawa a Foggia, dove si indottrinavano i bambini all’odio contro l’Occidente, si insegnavano le “virtù” del jihadismo. Ma soprattutto (ed è questo l’aspetto realmente preoccupante), la madrassa dove si insegnava l’odio è stata scoperta a causa di un’indagine del Fisco, non grazie una denuncia di qualcuno che la frequentava. Quindi per quei bambini, per le loro mamme, per le loro famiglie, l’indottrinamento all’odio era assolutamente “normale”, per lo meno non degno di essere denunciato. Questa, più di altre, è la spia della radicalizzazione nel nostro paese. E’ peggio che aver scoperto un terrorista: il terrorista è uno; una classe di minorenni, educati a odiare, è una fucina di futuri terroristi.

La diagnosi appare dunque chiara: per ora, grazie ai motivi citati all’inizio, l’Italia è stata risparmiata da attentati islamici, ma nel prossimo futuro potrebbe non essere così fortunata. Adesso, piuttosto, si dovrebbe elaborare una cura, per il medio e lungo periodo, per evitare che diventi una realtà, come in Francia, come in Germania e come nel Regno Unito.

Primo: scordatevi che la soluzione sia il blocco dell’immigrazione. Ormai l’Islam è qui, così come lo jihadismo, la sua variante più radicale. Nel mondo musulmano, i numeri hanno finora dimostrato che su 100 musulmani, 10 sono jihadisti e su 10 jihadisti, 1 o 2 diventano terroristi. Quindi, più si espandono, più aumentano le probabilità di avere a che fare con i terroristi. L’ideologia jihadista non si espande tanto “importando” militanti dall’estero, quanto incoraggiando la fertilità nelle comunità musulmane (il numero è potenza, dal loro punto di vista) e indottrinando le nuove leve al jihad. La soluzione passa semmai da un contro-indottrinamento. Si deve riuscire nell’ardua impresa di de-fanatizzare le nuove generazioni, educandole a cercarsi un posto nella società aperta. Ma questo è il metodo più difficile in assoluto. Perché ormai in due casi su tre, nella scuola dell’obbligo, trovi un insegnante che odia la società aperta e giustifica il terrorismo islamico.

Nel frattempo, più ancora che di tante, tantissime azioni di sorveglianza sul territorio, avremmo bisogno di una popolazione educata a reagire, da sola, alla prima minaccia, senza attendere l’intervento delle autorità. Ma anche questo è difficile, perché su una cosa i politici italiani, da quattro generazioni, sono concordi: che a loro avviso una società pacifica vuol dire una società disarmata e obbediente alle autorità, di persone timorose che “non devono fare l’eroe”. Prima di invertire questo trend, occorrerà attendere una nuova generazione. E speriamo che non sia troppo tardi.

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