La cultura moderna post-illuminista scaturisce per intero dalla negazione del libero arbitrio e del male. In termini illuministi l’uomo sceglie il male non perché lo vuole ma perché è condizionato da una serie di fattori esterni alla sua volontà: la classe sociale, le pulsioni dell’inconscio, il livello di istruzione e chi più ne ha più ne metta. In sostanza la cultura moderna riduce l’uomo ad un pezzo di materia mosso dalla materia che lo circonda (notare come l’emancipazione dell’uomo da Dio si risolve nella sottomissione dell’uomo alla materia).

In realtà è la volontà cioè l’anima che muove il  corpo e modifica la realtà materiale, non viceversa. Certo l’uomo è anche corpo, quindi sarebbe un errore affermare che non è parzialmente condizionato anche dai fattori materiali. Nella somma delle decisioni di una intera vita la volontà di un uomo è come una nave la cui rotta, pure fra tante deviazioni, arretramenti e accelerazioni in avanti, tende verso il porto del bene o verso il porto del male, mai verso entrambi contemporaneamente. I fattori materiali esterni possono produrre delle oscillazioni anche significative nella rotta, non modificare la rotta stabilita dalla volontà.

Secondo la teologia cattolica la volontà è condizionata, molto più che dai fattori esterni, da un fattore interno: il peccato originale. A causa del peccato originale la volontà dell’uomo, anche se si sforza di tenere la rotta del bene, è attratta al male come l’ago di una bussola è attratto dal polo nord. In effetti i Padri della Chiesa sono concordi nel ritenere che, senza il soccorso della grazia, nessun uomo ce la farebbe a non venire risucchiato dalle rapide della dannazione eterna.

I due errori opposti (e simili) del liberalismo estremo e del totalitarismo

Quando hanno cercato di definire i concetti di bene, di male e di libertà, i filosofi non hanno mai potuto evitare, chi più chi meno, delle opposte riduzioni: il manicheismo e l’ottimismo. Il manicheismo è implicito nel liberalismo estremo che sancisce la liceità di tutti i comportamenti. Se infatti la libertà è un valore assoluto, allora non solo vietare il male per legge è un attentato alla libertà dell’uomo ma il bene e il male sono due forze equivalenti e di pari dignità che per sopravvivere hanno bisogno l’una dell’altra. L’ottimismo è implicito nelle ideologie totalitarie, le quali negano il peccato originale ma trovano lo stesso che il male sia talmente brutto che meriti di essere estirpato dalla faccia della terra a colpi di rivoluzioni. Dal punto di vista di queste ideologie nessun uomo nel pieno possesso delle sue facoltà mentali potrebbe scegliere liberamente una cosa tanto brutta, e quindi, se lo fa, è per effetto di condizionamenti esterni (vedi sopra). In effetti i troppo ottimisti fra gli illuministi credono, con Socrate, che per estirpare il male dalla faccia della terra basti persuadere gli uomini che, a conti fatti, il male è brutto e svantaggioso. 

La proposta cattolica: è l’uomo (non la società) a compiere il male, perché è ferito alla radice

Ebbene la teologia cattolica evita sia questo ottimismo buonista sia il manicheismo libertario affermando che il male è il “parassita del bene” (Sant’Agostino) e che questo parassita rode pure il cuore dell’uomo. In quanto è ciò che distrugge il bene, il male per esistere ha bisogno del bene, ma il bene non ha bisogno del male. L’uomo si sente attratto dalla distruzione del bene in quanto la sua anima è intaccata da questa distruzione (il peccato originale appunto). Da questo punto di vista la scelta del male non è un puro atto della libertà ma una debolezza assecondata dalla libertà.

Come si manifesta questa debolezza? Partiamo dal principio. Lo scopo ultimo di ogni nostra azione e della somma delle nostre azioni è la felicità, cioè la perfezione del piacere. A livello teorico il male non produce piacere perché il piacere coincide con l’essere mentre il male è il non-essere. L’inferno è il luogo in cui la distruzione dell’essere avviene eternamente (Dante immagina che ai dannati le ferite si rimarginano continuamente affinché possano essere di nuovo feriti). Viceversa il paradiso è l’apoteosi dell’essere e del piacere. Dante definisce Dio come “sommo piacere” (Paradiso XXXIII, 33). “In fondo Egli è un edonista”, dice il diavolo di Dio. “Tutti quei digiuni, quelle vigilie, come i roghi e le croci, sono soltanto la facciata. O soltanto come la spuma sul lido del mare. Laggiù in alto mare, nel Suo mare, c’è il piacere, e sempre maggiore piacere. E non ne fa un segreto: alla Sua destra stanno ‘piaceri per sempre’. Ah! Non credo che abbia neppure la minima idea di quel mistero alto e austero al quale ci eleviamo noi nella visione miserifica…” (da C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche).

Il falso luogo comune del “male che genera piacere”

In questo brano Lewis smonta ironicamente il luogo comune secondo cui il cristianesimo impone la privazione e il dolore e condanna come “vizio” tutto quanto è piacere e godimento. Di recente alcuni creativi hanno pensato bene che per rendere più attraenti certi gelati bisognava associare la loro immagine ai vizi capitali. In effetti quelli che la teologia cattolica chiama vizi capitali hanno molto a che fare col piacere.

Abbiamo detto che il male di per sé non produce piacere. Ebbene i vizi capitali sono precisamente, se si può dire così, un male travestito da piacere. Il piacere sta al vizio come l’esca sta all’amo: l’uomo è tanto scemo da abboccare a quell’amo perché il peccato originale gli offusca la vista. Dante ha raffigurato i vizi capitali come una seducente sirena che si rivela essere una donna deforme non appena l’uomo, irretito dal suo canto, gli si avvicina. Stanley Kubrik, che non era cattolico, ha involontariamente offerto una efficace allegoria del peccato nella donna seducente che si trasforma in laida vecchia non appena Jack Nicholson la prende fra le braccia nel film Shining. Per quanto possa suonare scandaloso o ridicolo a delle orecchie moderne, dietro siffatte sirene ci sono gli spiriti del male. Così Lewis, immedesimandosi col diavolo tentatore, ne svela i trucchi: “Quando il piacere presente arriva il peccato (che è la sola cosa che c’interessa) è già finito. Il piacere è appunto la parte del processo che ci dispiace e che escluderemmo, se lo potessimo senza perdere il peccato; è la parte che viene offerta dal Nemico”.

Nella ricerca del “piacere erogato” si nasconde la moderna rinuncia alla felicità

Vediamo in che rapporto stanno il piacere e il peccato. Secondo la definizione di San Tommaso d’Aquino ripresa da Dante Alighieri, ciascun vizio è una distorsione del “giusto amore” per le cose. L’avidità è una distorsione del giusto amore per i beni terreni, la superbia una distorsione del giusto amore per se stessi, la gola una distorsione del giusto amore per il cibo, la lussuria una distorsione del giusto amore per il sesso eccetera. Da queste distorsioni derivano tutti i più svariati crimini puniti dal codice penale (ad esempio dall’ira può derivare l’omicidio, dall’avidità può derivare il furto, dalla lussuria può derivare lo stupro eccetera) ma i crimini adesso non ci interessano. L’uomo non ha un giusto amore per le cose nella misura in cui chiede ad esse più piacere di quanto possono darne, col risultato di ricavarne sempre meno piacere (in effetti lo scopo del diavolo è di prendersi tutto di noi senza dare nulla in cambio, mentre lo scopo di Dio è quello di donarci tutto se stesso in cambio del nostro nulla).

L’avaro è talmente preso dalla foga di accumulare beni e conservarli che non se li gode mai (Moliére ci ha scritto sù una divertentissima commedia), il superbo è talmente preoccupato di mettersi sempre al di sopra degli altri da non essere mai abbastanza contento di se stesso e delle cose che ha, il lussurioso ha bisogno di sempre maggiori quantità di stimoli sessuali per provare un piacere che arriva in dosi sempre minori (fenomeno noto agli studiosi comportamentali della pornografia come “desensibilizzazione”) eccetera.

Queste distorsioni del “giusto amore” per le cose sono altrettante forme di una idolatria delle cose medesime, che non sono più godute come segni o anticipazioni dell’altro mondo (perché tutto passa a questo mondo), ma come erogatrici automatiche di un piacere immediato, tanto più effimero quanto più privo di sbocchi su una dimensione superiore.

In effetti dietro la richiesta di un piacere immediato e smodato c’è la rinuncia alla felicità. Dietro tutti i peccati e i crimini che gli esseri umani commettono c’è dunque, ultimamente, il rifiuto di Dio. Il quale rifiuto è dunque il peccato per eccellenza generatore di tutti i peccati.

È proprio per evitare la degenerazione del giusto amore in vizio che il cristianesimo raccomanda le virtù della moderazione e della temperanza nonché, per periodi limitati, la rinuncia e la penitenza. E la moderazione, la temperanza, la rinuncia e la penitenza non servono a diminuire il piacere ma ad aumentarlo correggendo lo sguardo sulle cose. Che non devono essere più guardate come idoli da afferrare avidamente ma come cose create che hanno in sé l’impronta del Creatore. Perché non c’è vero piacere se non nello sperimentare già ora la presenza nascosta del Creatore (il Vangelo lo chiama “centuplo”). Tuttavia non c’è capacità di temperanza né sforzo ascetico né tecnica mentale che possa impedirci di cedere di tanto in tanto a questo o quel vizio capitale. Non scandalizziamoci dunque di noi stessi. Anche i santi cadono. Quello che Dio ci chiede non è di non cadere mai, ma di rialzarci sempre con l’aiuto della sua grazia.

 

[Estratto da Pepe n. 14]

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