L’ho capito nelle discussioni di questi giorni: il matrimonio così come è inteso dai sostenitori – o meglio, da alcuni sostenitori – di questa legge è cosa completamente diversa dal matrimonio così come è stato inteso negli ultimi secoli in occidente. Ne rimane a malapena il guscio esterno, il nome: tutto il resto, all’interno, è cambiato.

Il matrimonio è un concetto preesistente alla legge. C’era prima di qualsiasi Stato. Lo Stato lo regolava e lo formalizzava in quanto l’unità della famiglia era fondamentale per la solidità dello Stato stesso.
Un’unione stabile diminuisce la povertà, educa cittadini più responsabili, è una difesa ed una sicurezza.

Nella civiltà cristiana era anche qualcosa di più: un sacramento. Ovvero il riflettersi del divino nella vita di tutti i giorni. Il giuramento tra gli sposi, ponendo Dio a suggello, era più forte e richiamava le parti ad una responsabilità personale. Oltre alla definitività del passo che stavano per compiere, ricordava anche lo scopo ultimo: la prosecuzione della famiglia umana, attraverso la discendenza. Il riflesso della famiglia terrena è Dio stesso, non per niente chiamato Padre, che ama e vigila sui suoi figli.

Ma da qualche secolo questa è una visione contestata. A dare la stabilità non è più la famiglia, ma lo Stato. Uno Stato che, nella misura in cui vuole inquadrare a suo modo i suoi sudditi, vede la famiglia come un ostacolo al suo dominio su di essi. Un ragazzo educato dallo Stato può essere formato nella maniera che al potere sembra meglio. Da quando le nazioni hanno cominciato ad avere a disposizione i mezzi per controllare capillarmente i singoli l’eliminazione delle due potenziali strutture di opposizione, Chiesa e famiglia, è diventata la priorità.

Contemporaneamente a questo sviluppo in quelle stesse nazioni si ha l’affermarsi della massoneria. Il dio dei massoni è una divinità che, dopo aver creato il mondo, si toglie dai piedi e lascia agli uomini il potere. Un padre non più tale, un fecondatore assente. Il nuovo modello familiare portato avanti prevede proprio la sparizione di uno o entrambi i genitori, dato che è tramite la presenza e l’esempio di ambedue le figure genitoriali che il bambino trova terreno solido per crescere. Senza quella solidità il ragazzo può crescere storto, rattrappito: generando a sua volta altri rattrappiti perché non ha imparato cosa sia un rapporto gratuito e autentico. Questo tipo di uomo sradicato è la preda ideale del potere di cui parlavamo sopra.

Il metodo per ottenere questa deresponsabilizzazione è stato il separare l’azione dal suo fine. Se il matrimonio non ha più lo scopo di far nascere una famiglia solida ma diventa un luogo in cui ingabbiare gli istinti – sessuali, affettivi, generativi – allora presto o tardi quella gabbia scoppia, specie se si esalta la libertà sulla verità. Il desiderio dell’uomo è una ricerca di un amore vero: vero, cioè stabile, duraturo, eterno. Dando la preminenza all’istinto istantaneo, alla volontà sopra le istanze profonde, si nega la felicità duratura.

Questo tipo di persona diventa incapace di fedeltà. Il concetto di fedeltà è sostituito con il “finché mi va bene”. Giungendo fino a teorizzare il tradimento come affermazione di fedeltà.
Ha destato un certo sconcerto il fatto che dal testo che è stato deliberato al Senato per le unioni omosessuali la fedeltà sia stata espunta. Ma è la logica conseguenza dei fatti: se non ho più interesse a mantenere una stabilità, se la struttura familiare ha perduto il senso, allora essere fedeli è solo finzione. La fedeltà passa da virtù civile a fatto personale, irrilevante. Cioè negato.

Resta da vedere se, abbattuta con la forza la famiglia, la struttura sociale che ne seguirà sarà in grado di reggere sia all’impatto della solidità ancora presente in altre culture, sia alla disgregazione in individualismi e bande unite solo dall’interesse. I poteri forti contano di essere in grado di dominare quel caos. E non so davvero se augurarmi o no che ci riescano.

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