Udite, udite, c’è in Italia una riforma, attuabile a costo zero, che potenzialmente risponderebbe in un colpo solo ai maggiori problemi sociali ed economici (e non solo) più angoscianti del nostro tempo: ripristinare l’ora di religione (cattolica) obbligatoria. No, non sono in preda ad una crisi mistica e non ho neppure il cervello affumicato da dosi eccessive di incenso: trattasi di proposta seria, con tanto di motivazioni ragionevoli, che ora cercherò di mettere per esteso.

Partiamo dal principio e chiediamoci: che cosa muove veramente l’economia, che cosa è all’origine di una società vitale? Se state pensando a qualsiasi genere di fenomeno esteriore micro o macro che sia – la politica, la moneta, il lavoro, le burocrazie, la finanza, la comunicazione e chi più ne ha più ne metta – non state centrando il cuore della questione, che è per l’appunto un cuore fatto di vera carne: quello dell’uomo. Senza quest’ultimo non esisterebbe nessun lavoro, nessun progresso, nessuna politica, perché ogni attività umana – la micro o la macro – nasce da un cuore di carne che decide di spendere tempo e fatica in una certa direzione,  per trovare risposta al desiderio che da esso proviene.

Bene, si dirà, e l’ora di religione che c’entra? Nessuno può “creare” quel desiderio nascosto nelle pieghe del petto umano, tantomeno un povero insegnante di Religione… e quindi?

Vero, il desiderio nel cuore dei nostri giovani non si può creare, ma si può andare molto vicini a distruggerlo, come purtroppo sta accadendo nella nostra amata penisola (e non solo). Siccome sono amante dei sondaggi, ne leggo molti, soprattutto quelli che riguardano i nostri ragazzi. Ebbene, spaventato dai tanti indicatori negativi, ho deciso di “andare a vedere” di persona, fabbricandomi un piccolo sondaggio fai-da-me. Essendo professore di Religione in una scuola superiore, ho contatti con qualche centinaio di alunni e a molti di loro ho posto la domanda che più mi interessava: “Qual è la cosa più grande, più bella che desideri per la tua vita?”. A tutti ho precisato che potevano rispondere facendo volare alto, altissimo il loro desiderio, senza limiti di alcun tipo. Sapete qual è stata la risposta più frequente? “Niente”. Ecco il nichilismo concreto, drammatico, che è entrato nei cuori dei nostri ragazzi, non quello chic dei filosofi e degli intellettuali con il portafogli gonfio.

Quanto sarà difficile per un ragazzo costruire qualcosa a partire da questo “niente”, da questo azzeramento del suo cuore? Ci battiamo – giustamente – per risolvere i tanti problemi che il nostro paese vive ogni giorno: la denatalità, la disoccupazione, l’indebolimento della famiglia, l’onnipresenza della droga… Ma proviamo a guardare per un attimo tutto questo non dal lato degli “spettatori”, ma “dall’altro lato”, quello degli “attori”, di coloro che hanno in carico il futuro: davvero possiamo stupirci se un ragazzo avvelenato dal niente di cui sopra non ha la forza di amare per sempre, di creare posti di lavoro, di rifiutare la tentazione dei paradisi artificiali?

Che fare allora?

Beh, la prima cosa sarebbe – e in giro non vedo affatto tutta questa consapevolezza – ammettere che abbiamo un enorme problema educativo che ha a che fare con la perdita del gusto del vivere. Secondo Teilhard de Chardin questo è il pericolo maggiore che l’umanità possa trovarsi davanti: quel velenoso niente che si insinua nel cuore dell’uomo – specialmente dei più giovani – di gran lunga peggiore di qualsiasi “catastrofe che venga dal di fuori”, come la fame o la peste. Purtroppo, un secolo dopo che il teologo ha paventato questo possibile tremendo flagello, dobbiamo cominciare a prendere atto che esso stia diventando drammaticamente reale davanti ai nostri occhi.

La seconda cosa che deve immediatamente seguire a questa presa di coscienza è un deciso cambio di rotta nel nostro modo di concepire l’educazione. Se, infatti, da un lato la scuola riesce a fornire competenze in svariati campi del sapere, dall’altro lato fallisce miseramente in quello che invece dovrebbe essere il suo compito più importante: fornire al giovane la possibilità di interrogarsi e fare esperienza del significato che unisce tutti gli aspetti della vita.

Ovvero, per usare la parola giusta, non educa al senso religioso dell’esistenza.

Serve insomma più del pane e delle medicine un luogo in cui il ragazzo possa affrontare nella pienezza della sua intelligenza e libertà quella domanda che è alla radice del cuore umano e che arde sotto ogni altra questione e problema: “Ma davvero vale la pena vivere?”. Un malinteso senso della laicità ha fatto sì che questa domanda venisse censurata in ogni modo, cancellata perché tutto ciò che “puzza” di religioso doveva essere confinato e nascosto. Ma in questo modo, insieme alle religioni è stata tolta di mezzo anche quella esigenza di senso e di verità che è sempre stato il fondamento vero del vivere umano: la vita infatti ha “gusto” se in essa vibra la speranza fondata di un “perché” grande da conquistare.

Ecco dunque da dove ricominciare, concretamente: ripristinare per tutti quel luogo educativo dove la domanda di senso è il cuore della lezione, ovvero l’ora di religione. Un’ora in cui far emergere quel desiderio infinito che c’è già nei cuori dei ragazzi e che semplicemente altrove viene rinnegato o anestetizzato. E che sia anche l’ora di religione “cattolica”, perché nessuna domanda può resistere a lungo se non può confrontarsi con una possibile risposta, con un’esperienza ragionevole e da verificare. E non può essere uno scandalo per nessuno che questa risposta sia, in partenza, quella di quel Cristianesimo che ha contribuito più di ogni cosa a generare la bellezza della terra che ci è stata consegnata.

 

[Pubblicato su La Croce Quotidiano del 12/10/2019]

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