Ancora oggi in Italia gli intellettuali che contano possono dire in pubblico, senza essere derisi, che gli orrori del comunismo non provano nulla contro il comunismo.

Già, che cosa può esserci di sbagliato nel sogno della felicità perfetta? Il comunismo è infatti il progetto della società perfetta in cui tutti gli uomini godranno della felicità perfetta. Ebbene sono ancora pochi oggi, nel mondo intero, gli intellettuali secondo cui il comunismo non è un sogno ma un incubo, non ha soltanto sbagliato ma è sbagliato. Nel secolo scorso erano ancora meno, si contavano sulla punta delle dita. Contrariamente all’opinione comune, George Orwell non andrebbe incluso fra questi ultimi. Egli infatti non criticava il comunismo ma quelli che, a suo parere, facevano di tutto per fare fallire il comunismo: i comunisti stessi. Egli pensava che la maggior parte dei comunisti non volessero realmente cambiare il mondo, ma mirassero unicamente a prendere il potere e a esercitarlo con violenza sadica. “Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione – fa dire Orwell ad un personaggio del suo romanzo 1984, ambientato in una società del futuro oppressa da un feroce dittatura poliziesca di ispirazione comunista – Progresso, nel nostro mondo, significherà progredire verso una sofferenza più grande. Le antiche civiltà sostenevano di essere fondate sull’amore o sulla giustizia, la nostra è fondata sull’odio. (…) Non ci sarà forma alcuna di amore, a eccezione dell’amore per il Grande Fratello (…) Se vuoi un’immagine del futuro, pensa a uno stivale che calpesti un volto umano in eterno”. Che il Grande Fratello sia una controfigura di Stalin, è fin troppo chiaro. In pratica Orwell ha consolidato il mito, duro a morire, del comunismo tradito dallo stalinismo.

E di mito si tratta. Dalla Russia alla Cina, dalla Cambogia a Cuba, i regimi comunisti che hanno infestato e ancora infestano il pianeta sono sempre stati tutti invariabilmente stalinisti. Comunismo e stalinismo sono due facce della stessa medaglia. Secondo Marx e i suoi mille interpreti e revisionisti la realizzazione della società perfetta è un fine talmente buono da giustificare ogni mezzo, perfino la violenza più estrema. I governanti cinesi che mandano i dissidenti nei laogai e i brigatisti che uccidono i ministri non sono dei traditori del comunismo, come pensava George Orwell, ma proprio i “santi” del comunismo. Tuttavia Marx riteneva appunto che la violenza non fosse un fine ma un mezzo, un mezzo necessario solo ed esclusivamente nella fase della rivoluzione e nella successiva “fase di transizione” della “dittatura del proletariato”. Infatti egli credeva che, una volta realizzata la società perfetta, non sarebbe stato più necessario uccidere nessuno perché nessuno si sarebbe sognato di combattere contro una società che lo avrebbe reso perfettamente felice. Ebbene in nessuno dei paesi comunisti di ieri e di oggi sono mai stati chiusi i gulag e le camere di tortura per la semplice ragione che in nessuno di essi si è mai passati dalla dittatura del proletariato alla società perfetta, dal socialismo reale (come si chiamava in Unione Sovietica) al comunismo ideale. E come mai ai sovietici non sono bastati ottanta anni per passare dal socialismo al comunismo, dai gulag all’utopia? Gli intellettuali di sinistra rispondono: perché i sovietici hanno applicato male le teorie di Marx. Questo non è affatto vero. È vero piuttosto che le teorie di Marx non si possono applicare alla realtà.

L’errore capitale: negare il peccato originale

Il progetto comunista è come il progetto di un palazzo di cristallo sulle nuvole: è bello (forse) ma non si può realizzare. Il progetto del palazzo di cristallo non si può realizzare perché non tiene conto delle leggi della fisica; il progetto comunista non si può realizzare perché non tiene conto di un piccolo dettaglio materiale: il peccato originale. “Il pensiero del peccato originale è l’avversario comune, a combattere il quale si uniscono i diversi indirizzi della filosofia illuministica. Troviamo il Hume a fianco del deismo inglese come il Rousseau a fianco del Voltaire” (E. Cassirer, La filosofia dell’illuminismo). Insomma, il marxismo è il figlio prediletto dell’Illuminismo, che Rousseau riassume in una sola frase: “L’uomo è per natura buono, ed è reso cattivo soltanto dalle istituzioni” (Discorso sull’ineguaglianza, 1754). Ebbene secondo i marxisti le “istituzioni” ovvero la società borghese-capitalista renderebbe l’uomo cattivo mentre la società comunista lo renderebbe buono. Infatti non sono né la società né nessun altro elemento esterno all’uomo a renderlo cattivo o buono. L’origine del male non è fuori ma dentro l’uomo, nel suo cuore. Egli ha dentro di sé una ferita che non si può curare da solo. Il comunismo è una medicina fabbricata da se stesso che, invece di guarirlo, lo fa morire. Di miseria e di terrore.

Il comunismo è il progetto della società perfetta in cui tutti gli uomini saranno perfettamente liberi, uguali e fratelli. Ma come abbiamo visto, Marx ritiene che per realizzare la società perfetta i comunisti debbano usare la violenza ovvero calpestare i diritti umani. E così per realizzare il paradiso dei diritti umani, i comunisti privano gli uomini di ogni diritto; per realizzare la libertà, riducono il popolo in schiavitù; per realizzare l’uguaglianza, distribuiscono una uguale porzione di miseria ad ogni membro del popolo; per realizzare la fraternità, massacrano il popolo. In sostanza per fare il bene dell’uomo, i comunisti fanno il male dell’uomo. Ma questa è una assurdità dal punto di vista teologico e pure logico. Non si può fare il bene dell’uomo facendo il male dell’uomo. E in effetti il vero fine della rivoluzione non è il bene dell’uomo ma il bene dell’umanità astrattamente intesa, non il bene del singolo ma il bene della collettività sociale. Secondo l’ideologia marxista la felicità del singolo uomo può realizzarsi soltanto come un effetto, una conseguenza secondaria della felicità collettiva. In quest’ottica il bene della collettività è più importante del bene del singolo, che può essere sacrificato per il bene della collettività. Ma togliere valore all’uomo singolo significa togliere valore a tutti gli uomini, all’umanità nel suo complesso.

Viene prima l’uomo o la società?

In effetti Marx e prima ancora Hegel ritengono che l’uomo debba vivere in funzione della società, non la società in funzione dell’uomo. Nella loro visione l’uomo non deve essere altro che un ingranaggio del macchinario sociale, una cellula effimera del corpo collettivo. Se un ingranaggio è malfunzionante, lo si sostituisce; se una cellula impazzisce, la si uccide. I capi dell’Unione Sovietica guardavano ai dissidenti come a delle cellule cancerogene da annientare prima che sviluppassero il cancro all’interno del corpo sano della nazione sovietica. L’ideologia marxista è diabolica in quanto pone come fine supremo della storia umana non la felicità degli uomini concreti ma la felicità di quella cosa astratta che è la società. Invece dal punto di vista cristiano l’unico scopo per cui la società esiste è la felicità dei singoli uomini concreti. Lo ammette perfino un anticlericale doc come Umberto Galimberti: “Il primato dell’individuo (…) era ignoto sia alla tradizione giudaica, dove l’alleanza era tra Dio e il suo popolo, sia all’altra fonte della cultura occidentale, la grecità, dove l’individuo era subordinato alla città (pólis) (…) Con l’avvento del cristianesimo l’individuo si separa dalla comunità perché alla sua ‘anima’, in cui è stato posto il principio della sua individualità, si prospetta un destino ultraterreno in cui l’individuo, e non la comunità, trova la sua autorealizzazione. (…) La realizzazione del bene, e quindi la salvezza, è affidata all’uomo in quanto singolo individuo, mentre alla vita collettiva e politica è affidato il compito di creare le condizioni per la realizzazione del bene individuale, quindi il compito della limitazione del male” (U. Galimberti, “Cristianesimo e diritti”, Repubblica, 21 febbraio 2007). Insomma, il comunismo è un ritorno alla barbarie pre-cristiana.

La radicale differenza fra comunismo e Cristianesimo

Il Cristianesimo pone ogni singolo uomo al centro dell’universo, il comunismo vi pone invece la società. In termini hegheliani-marxisti non è la società ad essere in funzione degli uomini ma gli uomini ad essere in funzione della società. In sostanza il marxismo degrada l’uomo da fine a mezzo della società perfetta. In questo modo contraddice il principio fondamentale dell’etica occidentale formulato da Kant: trattare l’uomo come il fine e non come il mezzo delle azioni. Nel momento in cui l’uomo viene degradato a mezzo, non importa di che cosa, la sua vita non è più sacra. In effetti il comunista “buono” Lev Trotsky disse: “Dobbiamo porre fine una volta per tutte ai vaneggiamenti quacchero-papisti sulla sacralità della vita umana”. Il compagno Josif Stalin pose fine una volta per tutte ai vaneggiamenti quacchero-papisti sulla sacralità della vita di Trotsky mandando un sicario ad ucciderlo.

Le ideologie non si propongono come delle “fedi” ma come delle “scienze”: il marxismo era un “socialismo scientifico”, mentre il nazismo – ovvero il nazional-socialismo – era un “socialismo scientifico coniugato al razzismo scientifico”. Certo, la storia ha dimostrato che le ideologie non hanno mai avuto nulla di “scientifico”, che sono soltanto delle pseudo-verità prodotte dall’uomo che si sostituiscono alla verità esterna all’uomo, in altre parole sono pensieri umani che violentano la realtà. Come scrive Hanna Arendt, le ideologie totalitarie si basano sull’idea che “noi non dobbiamo attendere fino a quando la realtà si rivelerà e ci mostrerà il suo vero volto, ma che possiamo creare una realtà le cui strutture ci saranno note fin dal principio poiché essa è integralmente un nostro prodotto”. Tuttavia non bisogna mai dimenticare che le ideologie si propongono come scienza, non come fede. In sostanza le ideologie sono figlie dell’Illuminismo, che riduce la ragione a “ragion pura” scientifico-matematica.

Borghesi, razza inferiore

A questa ragione, che non riesce a guardare oltre le apparenze materiali, gli uomini deformi o minorati appaiono inferiori agli uomini ben formati e intelligenti. In effetti l’empirista John Locke dubitava che i deformi e i minorati appartenessero di diritto alla razza umana. Nietzsche invece non dubitava affatto: “I deboli e i malriusciti debbono perire: primo principio della nostra carità”. I darwinisti, che in piena epoca positivista si definivano orgogliosamente “razzisti”, pensavano che la razza umana andasse migliorata impedendo ai deboli, ai malriusciti e a tutti quelli che non avevano i capelli biondi e gli occhi azzurri di mettere al mondo dei figli. Ebbene Marx guardava ai borghesi esattamente come i razzisti guardavano alle “razze inferiori”. Secondo la pseudo-scienza razzista gli ebrei erano inferiori agli ariani, secondo la pseudo-scienza marxista i borghesi erano inferiori ai proletari (vedi box). Dunque i nazisti e i comunisti potevano mandare ebrei e borghesi rispettivamente nei lager e nei gulag senza troppi problemi di coscienza. Oggi invece, nel moderno Occidente, non ci sono più lager né gulag. Tuttavia la vita di coloro che stanno ancora nella pancia della madre o che sono malati terminali non vale un granché.

Dunque per la ragione scientifica la vita di chi è deforme, minorato o comatoso è meno sacra della vita di chi è bello, sano e intelligente. La ragione scientifica infatti si ferma alle apparenze, riduce l’uomo alla mera somma delle sue caratteristiche materiali e mentali. Ma l’uomo non consiste nella mera somma del corpo e della mente. Una ragione che sa guardare oltre le apparenze, una ragione non puramente scientifica, riconosce nell’uomo la presenza di una componente che non è scientificamente quantificabile, che non è puramente fisica, ovvero che è “metafisica”. La volontà, il desiderio, l’amore e tutti i più profondi fenomeni interiori sono espressioni di questa componente che la tradizione religiosa chiama anima. L’anima è più importante del corpo non perché il corpo è una cosa vile ma perché è l’anima a muovere il corpo, non viceversa. Caratteristica di tutti gli enti materiali è la finitezza; l’universo intero, nella sua sconfinata estensione, è finito. Non essendo materiale e potendo pensare l’universo intero, l’anima umana ha un valore superiore a quello dell’universo intero, un valore infinito. San Tommaso diceva: “l’anima è in un certo senso tutto”.

[Dal numero 20 di Pepe]

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