Un fantasma si aggira per l’Europa, anzi per il mondo intero. Un signore oscuro così potente che, quando lo vedono, gli italiani sbiancano, le scuole chiudono, gli stadi si svuotano e tutti quanti fissano tremanti la tv – più o meno una ventina di ore al giorno – davanti al telegiornale a reti unificate a lui dedicato. Il suo nome è Covid diciannovesimo, ultimo rampollo della Corona dei Virus, assurto a temutissimo monarca mondiale nell’anno di grazia 2020.

Che fare dunque davanti alla maestà imponente del microscopico dittatore?

I possibili atteggiamenti esistenziali architettati dall’ingegno umano di fronte al virus alla fine mi pare si riducano a due: o preoccuparsi giorno e notte ammettendo il suo sinistro potere o cercare di star tranquilli facendo finta che non esista.

Ebbene, esiste una terza via, di per sé impossibile agli umani, perché (apparentemente) folle: riconoscere (realisticamente) la sua sinistra potenza e contemporaneamente non temerla, anzi – lo dico, esagero – quasi volerle bene. Prima di essere linciato su pubblica piazza come collaborazionista virofilo, lasciatemi dire qual è questa strana strada, che – come detto – non è una trovata umana, ma consiste nell’immensa libertà di poter credere in quel misterioso uomo donato per grazia al mondo, Gesù.

La prima grande libertà sperimentata davanti a Cristo è quella di non essere – davvero – sottomesso a nessun padrone. E non sto parlando solo di Covid il dittatore, ma anche di un altro signore più oscuro e viscido: l’Io menefreghista. Il primo, infatti, mi paralizza e mi obbliga alla tremante non-vita, ma il secondo non è da meno quanto a padronanza: infatti, mi costringe a nascondermi non tanto di fronte agli altri ma davanti a me stesso, facendomi ubriacare di qualsiasi cosa pur di dimenticare la realtà (a cominciare dalla propria). Che grazia immensa invece quella di poter guardare negli occhi un uomo, in carne ed ossa, che afferma di essere – proprio lui, proprio qui – il Bene vero e grande che è al cuore della realtà e quindi ne è il vero Signore, perché tutto (anche il virus) diventa buono se è in funzione di lui, se mi conduce a credere in lui. Impossibile, a me sembra, immaginare qualcosa di più grande, un dono più grande per ogni uomo: tutto – ma proprio tutto, infatti, anche quello che ci mette più in ambasce (persino la pandemia) – diventa occasione di libertà e non più di angoscia paralizzante.

Ovvero, il dolore o la paura esistono e sono giustificati, certo, ma non sono più l’ultima parola di un dittatore davanti a cui devo stare muto, ma possono davvero essere – se voglio, davanti a Cristo – il segno di qualcos’altro: posso riconoscere che il mio tremore davanti al “microscopico signore” è infine il segno che attendo una presenza più reale di ogni altra, di un Signore vero e grande del mio cuore, perché veramente corrispondente al desiderio ultimo che mi definisce. Oppure, dall’altra parte – proprio perché di libertà si tratta – posso scegliere di rifiutare questa possibilità e chiudermi nella disperazione senza fine. Insomma, non il facile e infantile ottimismo dei cartelli alla “Andrà tutto bene”, ma un sano realismo fondato su una concreta possibilità di libertà offerta ad ogni uomo.

La seconda grande liberazione sperimentata dal cristiano di fronte al virus è apparentemente di segno opposto alla prima ed è quella dal delirio di onnipotenza. Se infatti la prima libertà era nei confronti di qualsiasi schiavitù, questa altra libertà è rispetto al (più subdolo) nemico opposto: l’assenza di qualsiasi limite, l’arbitrio assoluto senza direzione né senso. Qui, per certi versi, il virus assume un ruolo contrario al precedente: non è più l’imperatore del mondo, ma è anzi Covid il barbaro che invade l’impero-mondo diventato molle e imbelle per la dittatura del desiderio. Insomma, il virus entra come un tremendo guastafeste dentro un’umanità in cui la libertà sembra impazzita e che (con l’aiuto della potenza della tecnica) vuole cancellare e ridefinire secondo le proprie voglie ogni aspetto originale e significativo dell’umano, dalla nascita alla morte, dall’amore carnale all’identità sessuale. Così il microscopico essere diventa occasione per andare al cuore di un’altra grande e dimenticata realtà: la carne. Siamo fatti di carne. Ovvero: non siamo esseri solo “spirituali”, infinitamente manipolabili da noi stessi. Una minuscola e invisibile creatura basta per mandare in crisi tutti i progetti ideali di autodeterminazione economica, politica, antropologica del grande mondo globalizzato.

E però se il discorso si chiudesse qui, questa seconda “liberazione” sarebbe come immersa in un mare di tristezza: questa carne che mi è stata donata, questo mistero anche materiale che io sono, a che cosa è destinato? Alla vita o alla corruzione, al bene o al nulla che il virus sembra anticipare?

La risposta viva e vera non può essere l’ennesima idea, l’ennesimo progetto umano (che per altro proprio il virus viene a smentire con evidenza sperimentale, qui, oggi, nelle nostre esistenze impotenti e chiuse nelle case), ma deve venire dalle viscere di quella carne stessa da cui sgorga con impeto la domanda. Che grazia infinita è allora quella di poter liberamente riconoscere proprio nella carne viva di un uomo quella risposta: ”Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se è morto vivrà” (Gv 1,25). Che grande liberazione vivere l’esperienza che l’io è molto più di “infinite voglie”, che siamo un mistero fatto di carne e che questa carne “grida” – proprio attraverso ogni singola voglia – un desiderio più grande: quel destino, Cristo, che è entrato davvero nel mondo e si è fatto uomo per rispondere al cuore umano.

Insomma, se l’epidemia (senza sottovalutare per nulla il pericolo drammatico a livello sanitario, è ovvio) è alla fine la strana occasione per poter vivere questa libertà, questa paradossale possibilità di guardare e credere, a partire da un’umanità resa per certi versi più autentica, nel volto del Nazareno, allora forse non sarà fino in fondo assurdo poter dire, alla maniera di San Francesco, persino… “fratello virus”.

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