Qual è – tra le tante questioni emerse in questi ultimi anni – la questione più drammaticamente urgente, ovvero quella a cui porre l’attenzione con la massima priorità su tutto il resto?

Due fatti su tutti mi sembrano significativi al riguardo perché non sono solo atti “in sé” negativi, ma affermano due principi nuovi che introducono una svolta drammatica nella nostra vita comune e che comporteranno molte altre conseguenze negative nel prossimo futuro: il primo è stato la decisione di dichiarare insignificante per la legge l’origine stessa della vita umana (sancito dalla legge Cirinnà); il secondo è stato l’aver affermato la possibilità legale di lasciar morire per fame e per sete una vita giudicata senza significato (decretato dalla legge sul testamento biologico).

Il primo principio è stato stabilito approvando la legge sulle “unioni civili”. Attraverso di essa, la Repubblica ha infatti affermato che l’unione uomo-donna non è più unica, ovvero ha dichiarato insignificante per la legge proprio quell’elemento che differenzia l’unione eterosessuale da tutte le altre: la generazione di un essere umano. Il fatto dell’origine della vita umana, a partire dalla legge Cirinnà, non è più considerato dal Legislatore un elemento che differenzia in modo evidente un’unione (uomo-donna) da un’altra unione (omosessuale), o almeno è molto meno importante del desiderio erotico che invece è considerato elemento decisivo per distinguere con chiarezza tra un’unione civile (riconosciuta per legge) e qualsiasi altra unione (ad esempio, due sorelle anziane o due amici che decidano di convivere).
Ma allora l’inizio della vita umana diventa molto meno importante del desiderio del singolo. E questa novità è, come detto, un principio nuovo, una nuova concezione dell’umano. E si tratta di una novità anche rispetto alla tragica possibilità data ad una donna di abortire: in tal caso, infatti, la Legge (anche se di fatto non è rispettata) in qualche modo “riconosce” la creatura umana nel grembo, i cui diritti (primo, quello alla vita) dovrebbero cedere di fronte al diritto alla salute (sic) della madre ma non al suo desiderio.
Anche se all’apparenza non è così, l’affermazione di un principio è più problematico di “un” singolo evento negativo, proprio perché – come detto – da un principio discendono “molti” eventi negativi, conseguenze logiche di quest’ultimo. Facciamo un’ipotesi di fantasia: se affermo, ufficialmente, a livello legislativo, che la razza bianca è superiore alle altre, poi è inutile assicurare genericamente che “però nessun diritto delle altre razze sarà tolto”, perché è evidente che nel primo principio c’è il germe per togliere nel futuro quei diritti, non appena se ne presenterà l’occasione. Allo stesso modo, se affermo – come fa la legge Cirinnà – che “non è la generazione della vita a fondare la cellula della società, ma il desiderio”, allora è evidente che presto o tardi il desiderio si imporrà fino a impadronirsi totalmente anche dell’origine della vita (come è evidente già adesso dalle sentenze sulle adozioni gay e dalle aperture sempre più frequenti all’utero in affitto), togliendo tutti i diritti che si oppongono a tale desiderio, a partire da quello del bambino ad avere un padre e una madre.

Il secondo principio introduce una svolta drammaticamente negativa nella concezione della fine della vita umana ed è stato sancito con l’approvazione della legge sul testamento biologico: per la prima volta, il Legislatore ha deciso che è lecito togliere nutrizione e idratazione (e quindi far morire per fame e per sete) un uomo la cui vita sia giudicata priva di significato. Qui l’elemento nuovo non consiste nella decisione di lasciar morire un uomo che lo scelga, perché l’aiuto al suicidio di una persona “in forma” rimane sempre un reato: la vera chiara novità è per l’appunto una prima iniziale possibilità di eliminare le vite apparentemente inutili, senza senso. In definitiva, quindi, si nega, anche in questo caso (analogamente a quanto visto sopra per l’origine della vita), quello che era un principio assoluto: la vita dell’uomo non è sempre indisponibile (almeno, la vita dei “nati”, perché il discorso già non valeva per i “non ancora nati”), ma in alcuni casi qualcuno può decidere di togliere una vita non giudicata degna di essere vissuta.
Questa dunque l’emergenza sociale e umana più grande che il nostro tempo ci consegna: l’inizio e la fine della vita umana non sono più un bene assoluto, ma sono diventati elementi che cedono di fronte al desiderio del singolo.

La battaglia che ci aspetta deve partire da questo “minimo umano”: resistere, in tutti i luoghi culturali, educativi, sociali, affermando la disumanità di questa doppia novità che cambia il volto della persona, significativamente “accerchiata” con questo doppia prevaricazione all’inizio e alla fine di sé.
E deve diventare anche politica, perché non si può e non si deve abbandonare nessun campo dell’agire umano e soprattutto quello legislativo, in cui i due principi sono stati affermati. In definitiva, riguardo a quest’ultimo aspetto, ritengo che chi crede che questa sia l’emergenza del nostro tempo – questo attacco evidente alla dignità dell’uomo – non possa dunque che rivolgere il suo voto a quei movimenti politici che pongono al primo posto nel loro programma questa battaglia, ovvero l’abolizione della legge Cirinnà e della legge sul testamento biologico. L’alternativa, ovvero quella di riconsegnare la fiducia fondamentalmente alle stesse coalizioni politiche che hanno portato all’approvazione di queste due leggi, significherebbe eliminare qualsiasi verosimile possibilità di una resistenza parlamentare su queste tematiche.

Pubblicato con alcune modifiche su La Nuova Bussola Quotidiana.

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