Il 2018 è davvero l’anno in cui si realizza davanti ai nostri occhi la fine della politica? Senza mezzi termini, sembra proprio di sì: se intendiamo la politica come finora è stata vissuta, ovvero come un ideale che un gruppo organizzato di persone cerca di realizzare nella storia per costruire un certo tipo di società, ebbene, essa appare in stato di agonia avanzata, se non deceduta definitivamente. Come per ogni cambiamento epocale (e il nostro tempo ha tutta l’aria di esserlo), non ha senso chiedersi se questo sia un bene o un male: è un fatto – simile alla fine dell’Impero o alla fine dell’Età Medievale – con cui è necessario fare i conti per capire come meglio agire nel futuro che si sta preparando. Aggiungiamo che, è particolarmente urgente che lo capiamo noi italiani, visto che, come diremo nelle righe che seguono, l’Italia per la sua storia appare essere il “laboratorio” in cui si sperimenterà quello che probabilmente è destinato a succedere anche altrove.
Innanzitutto chiediamoci: come è possibile che questo sia accaduto? Quando ha iniziato a finire la politica? Il peccato originale da cui tutto è cominciato è avvenuto nel secolo scorso ed è stato quello di riconoscere ad un solo ideale sociale, il comunismo, lo status di “unica cultura possibile” da parte di tutto l’universo pensante (media, intellettuali, potere e tutto quanto incide sull’opinione comune) del tempo. Tutti gli avversari (in primis la Democrazia Cristiana) hanno di fatto rinunciato alla “battaglia culturale” con il Partito Comunista, cedendo sempre più sulle questioni ideali e illudendosi di controllare la storia semplicemente amministrando il potere: in questo modo, il comunismo, nel silenzio-assenso generale, si è piano piano appropriato della patente di “direzione unica della storia”, a prescindere dai fatti concreti che accadevano nella storia stessa. È per questa ragione che, ad esempio, ancora oggi il comunismo è l’unica ideologia che gode di un giudizio positivo nonostante storicamente abbia fallito in ogni sua concreta attuazione storica (“la teoria è giusta, ma è stata applicata male” è lo slogan che certifica questo status, unico al mondo). Ed è per lo stesso motivo che, per fare un altro esempio, quello comunista è stato l’unico partito a non cadere ai tempi di Tangentopoli, proprio perché il PCI possedeva questa “patente” di unico ideale degno di esistere al di là della corruzione morale dei suoi singoli componenti e quindi l’unico in grado di sopravvivere alle indagini della magistratura.
Una volta ammesso questo peccato originale – l’aver concesso al comunismo l’esclusiva di “unica cultura possibile” – non è difficile capire che, morto il PCI, ha cominciato a morire tutta la politica, proprio in quanto privata della sua (unica) anima ideale. Questo processo di annichilimento è stato poi accelerato dalla natura stessa del comunismo, se lo intendiamo – come suggerisce l’acuto filosofo cristiano Augusto Del Noce – nella sua formulazione italiana, ovvero quella di Gramsci, che ha visto molto più lontano di Marx e Lenin, proprio perché ha puntato sugli intellettuali e sulla cultura, piuttosto che sui soviet e i carrarmati.
Che cos’è infatti il comunismo gramsciano, ovvero il “comunismo all’italiana”? È, detto in sintesi, l’Illuminismo portato al popolo: il proletariato – rieducato dal potere intellettuale (stampa, cultura, etc) – deve rendersi autonomo da tutto e costruire la sua storia alla luce della pura razionalità sganciata da ogni autorità e da ogni verità. Come ha notato profeticamente Del Noce, facendo una semplice deduzione logica, un’ideologia così definita era destinata al “suicidio”: una volta che il popolo si fosse infatti liberato di tutte le verità (a cominciare da quelle cristiane, ovviamente), che cosa impediva di liberarsi alla fine anche della “verità comunista”? E così fu. Il comunismo, dopo aver rubato l’anima al popolo, finì per auto-sopprimere sé stesso in nome della libertà assoluta e dell’autonomia da ogni verità, dando vita a quello che Del Noce aveva profeticamente definito come “Partito Radicale di massa”.
Insomma, finito il PCI, sembra davvero morta ogni possibilità di costruire una società basata su un certo modello ideale. E il grande fatto di Tangentopoli – accaduto ancora una volta in Italia – lo ha mostrato con evidenza, avendo realizzato proprio la morte fisica di ogni partito, ovvero di ogni ideale sociale esistente (eccetto quello comunista che poi si suiciderà come detto). Dopo Tangentopoli, poi, per circa vent’anni c’è stata ancora una sorta di opposizione politica tra gli eredi del comunismo e Berlusconi, che si è opposto al residuo morente di quell’egemonia culturale comunista che esisteva ancora nelle persone fisiche al potere (nella magistratura, nei giornali, nelle televisioni, etc) ma era agonizzante nei fatti. Tanto è vero che è bastato che un ragazzotto di belle speranze ne dichiarasse la “rottamazione” per far crollare tutta la baracca dell’ormai deceduta Sinistra.
Qual è dunque il terreno su cui si gioca la nuova battaglia “politica” (se è lecito chiamarla ancora così) oggi? Non più la società, ma la singola concreta libertà di ciascuno. L’uomo post-moderno, finita l’era dei grandi ideali sociali, può credere e battersi oggi solo per quello che tocca la sua viva carne, la sua libertà nuda e cruda. Gli risulta insufficiente e astratta ogni questione che riguardi una generica “società”: vuole vivere in prima persona (quindi con una partecipazione diretta) l’urgenza che tocca la sua esperienza concreta. E, dall’altro versante, il potere – infinitamente più penetrante e più invasivo grazie anche al progresso tecnologico – oggi non è più tanto interessato a governare i movimenti sociali, ma proprio il singolo concreto individuo: pensiamo alla possibilità di manipolare la natura umana attraverso le biotecnologie e alla possibilità di controllare quantità spropositate di dati di ogni singola persona in ogni istante grazie all’informatica e alle telecomunicazioni.
Ancora una volta l’Italia è l’avamposto in cui si sta rendendo evidente che sono due le novità possibili che rispondono alla sfida che viene dalla fine della politica: quelle che nel nostro paese corrispondono ai tentativi, rispettivamente, del Movimento 5 Stelle e del Popolo della Famiglia. Queste ultime rappresentano infatti le due modalità che incarnano la vera grande divisione culturale del nostro tempo: la scelta del nulla o la scelta dell’essere, che passa nella carne viva di ogni singola persona.
La libertà umana è infine quella possibilità che ha come esito il nulla o ha come esito l’essere? Se il singolo è una “libertà per il nulla”, allora la battaglia culturale sarà orientata ad abbracciare il suo desiderio “a priori” (“uno vale uno”, ovvero ogni idea vale allo stesso modo, senza entrare nel merito di quel che si dice), qualunque esso sia, e la politica dovrà essere semplicemente la sommatoria di questi desideri, conteggiati in tempo reale grazie alla tecnologia informatica sempre più potente e immediata; questa la logica che sottende il M5S. Se invece il singolo è una libertà che viene dall’essere e che ha come esito l’essere, allora tutta la tensione culturale e pragmatica sarà in difesa proprio di quel ”cuore dell’umano” che fonda la libertà del singolo e la rende possibile; in particolare, tutto lo sforzo sarà posto nella difesa di quei “principi non negoziabili” (perché senza di essi la libertà del singolo è deturpata o annullata) che sono il fondamento irrinunciabile da cui tutto l’umano dipende: la vita che gli è stata donata, la famiglia che lo ha fatto nascere, la possibilità di essere educato secondo la libertà dei suoi genitori; quest’ultima è evidentemente la ragione della nascita del Popolo della Famiglia.

Se ci si può fidare dei sondaggi, il Movimento 5 Stelle già oggi raggiunge consensi plebiscitari nella fascia d’età che va dai 25 ai 35 anni: un chiaro segno che una delle due alternative dette sopra già oggi rappresenta il futuro prossimo e che le altre possibilità politiche appaiono “scelte di retroguardia”.
La risposta a un popolo che entra nell’agone per difendere la propria “libertà per il nulla” non può che essere un altro popolo che difende un’altra libertà, quella che nasce dalla carne viva di un uomo e di una donna, e che vuole difendere con tutte le forze la bellezza dell’umano, premessa decisiva della libertà, irriducibile ad ogni potere, indisponibile a qualsiasi arbitrio. O lo capiremo presto, o – per citare un libro noto a tutti – il rischio di soccombere sarà elevato.

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