Secondo i dati forniti dall’ONU e da varie ong, il Congo sarebbe in una crisi gravissima, per risolvere la quale serve molto denaro. C’è solo un piccolo “ma”: il Congo questi soldi non li vuole. Paradosso incomprensibile oppure conseguenza inevitabile di un’ideologia che vede il popolo africano sempre e solo come un eterno mendicante?

Secondo l’ONU, i numeri della crisi in atto in Congo sono impressionanti. Un decimo della popolazione soffre di gravi carenze alimentari, due milioni di bambini sono malnutriti e rischiano la morte per fame. Inoltre ci sono almeno 4,5 milioni di profughi, tra sfollati e rifugiati. La situazione è talmente critica da meritare un livello di emergenza umanitaria 3, il più elevato, indicato per le crisi peggiori.

Per questo, il 13 aprile, le Nazioni Unite e Unione Europea hanno convocato a Ginevra una conferenza internazionale per raccogliere fondi da destinare alla Repubblica Democratica del Congo. Nel 2018 per assistere i congolesi in difficoltà occorrono secondo l’Onu 1,7 miliardi di dollari. L’evento si è concluso, dicono, con un impegno a stanziare 528 milioni.

La notizia paradossale è che invece il governo del Congo non è affatto d’accordo. Sono cifre esagerate, sostiene, e un mese fa ha annunciato a sorpresa che non avrebbe partecipato alla conferenza, e così ha fatto. Né si è limitato a questo. Tramite i propri rappresentanti alle Nazioni Unite, a nome del popolo congolese, ha espresso indignazione per l’ “immagine fuorviante” che emerge dai dati divulgati, “offensiva per il paese e per i suoi abitanti”. “Abbiamo i nostri dati – ha spiegato l’ambasciatore congolese all’Onu Zenon Mukongo Nga – che andrebbero confrontati con quelli delle Nazioni Unite. Ci sono persone che se ne stanno nei loro uffici a Ginevra e a New York e si limitano a visionare dei rapporti senza mai andare sul campo. Al contrario noi abbiamo personale dappertutto sul territorio nazionale e i nostri dati sono quelli reali. Il governo congolese avrebbe voluto parlare di questa discrepanza di dati prima della conferenza, ma non ci è stato concesso ed è per questo che non abbiamo partecipato”.

Molte ong sostengono che peraltro il Congo non è il primo a volersi “liberare” del livello 3 e che diversi paesi, tra cui la Nigeria, hanno fatto pressione dietro le quinte per evitare questa massima classificazione. Ritengono inoltre che la revisione del livello di emergenza decisa dall’Onu in 12 ore è un provvedimento preso troppo frettolosamente, senza valutare le conseguenze che sono gravi perché si è creato così un brutto precedente: “Se non siamo in grado di opporci al governo della Repubblica Democratica del Congo – ha commentato il funzionario di una ong – figurarsi se riusciremo a tener testa alla Siria”.

Fino a non molto tempo fa nessuno avrebbe dubitato dei dati dell’Onu e delle ong. Ma la fiducia nei loro confronti si è incrinata. In Uganda si scoprono dati gonfiati sul numero reale dei rifugiati nei campi Acnur, partite di cibo mai recapitate, sprechi e ammanchi; Save the Children, Medici senza frontiere e altre ong nel Mediterraneo usano parte dei fondi per affittare delle navi e trasferirvi gli emigranti clandestini imbarcati sui gommoni dei trafficanti; Amnesty International accusa avventatamente la polizia italiana di torturare i clandestini sbarcati in Italia, e neanche si scusa; casi di sfruttamento e abusi sessuali inflitti da dipendenti di ong, incaricati di agenzie Onu, caschi blu si rivelano la punta di un iceberg e gli scandali si moltiplicano…

Neanche del Congo c’è da fidarsi, ovviamente. L’impennata di orgoglio nasce in un governo screditato dall’uso sfrontato della corruzione e dall’abbandono in cui versano intere regioni, prive di infrastrutture, senza protezione, infestate da gruppi armati. Dal 2001 il presidente della repubblica è Jospeh Kabila, tuttora in carica benché il suo secondo e ultimo mandato sia scaduto alla fine del 2016. Non essendo riuscito a far modificare la costituzione per potersi ricandidare, da allora ha usato degli espedienti per rimandare le elezioni. Alla Chiesa che lo richiama ai suoi doveri e da espressione al dissenso, alle rimostranze popolari, replica schernendo – “In nessuna parte nella Bibbia, Gesù Cristo ha mai presieduto una commissione elettorale” – e minacciando – “Diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Mescolare le due cose è pericoloso, il risultato è sempre negativo”.

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