I malati psichici in Africa sono gli ultimi degli ultimi, perché considerati posseduti da demoni. Tutti passano oltre quando li vedono. Ma un giorno un uomo si fermò, perché era certo che i “pazzi” fossero carne di Cristo, come lui. Un bel libro di Casadei ci racconta questa magnifica storia.        

Chi sono gli ultimi degli ultimi in Africa? Le donne, forse, alle quali la cultura tribale riconosce valore solo se sono in grado di generare figli, maschi e sani. Oppure i bambini che, sempre per tradizione tribale, contano così poco finché non sono in grado, i maschi, di sostituire il padre nel lavoro, consentendogli di entrare nell’inoperosa, autorevole classe d’età degli anziani. E, tra i bambini, le femmine, in molte etnie maritate dai genitori in cambio di un compenso, il prezzo della sposa, e, in tutto il continente, soggette secondo tradizione alla volontà del padre, che sceglie il tempo del matrimonio e lo sposo, e poi a quella del marito e dei suoi famigliari, se lui muore. Ogni anno centinaia di migliaia di bambine africane vengono escisse o infibulate per renderle pure e onorabili, degne di essere sposate. E, ancora, vengono in mente gli albini che rischiano di essere rapiti, venduti, uccisi o mutilati per ricavarne gli organi perché con essi gli stregoni confezionano gli amuleti più efficaci e costosi.

Eppure forse nessuna condizione è paragonabile quella dei malati psichici, non c’è sorte peggiore. Sono loro gli ultimi degli ultimi in Africa: inutili, e quindi per i famigliari un peso mal tollerato, e vittime di stigma, perché la loro condizione si attribuisce alla stregoneria oppure a una colpa, a una trasgressione o all’azione di spiriti e demoni. Molti finiscono abbandonati e soli, diventano i più miseri dei senza tetto, ridotti a sfamarsi di rifiuti. Di altri le famiglie si fanno carico, ma in maniera atroce, costringendoli in catene, nutriti a stento, rinchiusi in una stanza o legati giorno e notte a un albero per tutta la vita. Non meno doloroso è il destino di quelli che vengono affidati alle cure di guaritori e santoni che pretendono di “liberarli” con sortilegi che spesso consistono in sevizie: e se non funzionano i riti di liberazione la colpa è dei malati che ricadono nel peccato.

Tutti sanno di quel parente dei vicini rinchiuso e incatenato, tutti sentono le urla dei malati “curati” dal guaritore nella sede della sua “Chiesa”, tutti li vedono per strada seminudi, sporchi, ora attoniti ora frenetici nella ricerca di qualcosa da mangiare tra montagne di spazzatura… e passano oltre.

Ma invece nel 1991, in un giorno d’autunno a Bouaké, in Costa d’Avorio, qualcuno, alla vista di un uomo che scavava tra i rifiuti, si è fermato. Anche Grégoire Ahongbononun di “matti” ne aveva già visti tanti e, fino a quel momento, non se ne era curato. “Ero appena uscito dalla cattedrale, avevo appena ricevuto l’eucarestia. Ho visto l’angoscia e la vergogna negli occhi di quell’uomo – racconta – di gente come lui in giro ce n’era altra, la vedevamo quasi tutti i giorni ma senza vederla realmente. Oppure notavamo i soggetti sin troppo bene, e ci facevano paura, perché spesso erano agitati. Quel giorno è stato diverso. Mi sono detto: «È Gesù che cerco nelle chiese, nei sacramenti, nei gruppi di preghiera. Ed eccolo qui: è lì che soffre con quel malato, dentro di lui e insieme a lui». E ho sentito una voce dentro di me, come qualcun altro che mi parlava: «Se riconosci in quest’uomo Gesù che soffre nei malati, non puoi più avere paura di loro».

Così Grégoire Ahongbononun racconta l’episodio che ha cambiato la vita a lui e a decine di migliaia di persone. Lui e la moglie si sono presi cura di quel primo malato psichico, poi di altri: quelli soccorsi per strada, quelli presi in carico dopo aver convinto i parenti ad affidarli alle loro cure, quelli liberati dai campi di preghiera e guarigione dei sedicenti santoni. Presto attorno a loro si è formato un gruppo sempre più numeroso di persone disposte a visitare i malati, ospitarli, lavarli, accudirli, cucinare per loro e aiutarli a mangiare, pregare con loro. Ad essi col tempo si sono aggiunti infermieri e medici volontari Sono nati i primi centri di accoglienza, che attualmente sono dieci, poi quelli di reinserimento, che sono sei, poi ancora i centri relais per segnalare casi bisognosi. L’iniziativa viene chiamata San Camillo. Da allora ha accolto e assistito quasi gratuitamente 60.000 malati in quattro paesi: Costa d’Avorio, Benin, Togo e Burkina Faso.

Due fondamentali elementi di rottura con la tradizione africana caratterizzano l’impegno di Grégoire e ne spiegano il successo. Il primo consiste nel trattare la malattia psichica come un disturbo da curare. Il secondo è la gratuità delle prestazioni in un contesto generale di venalità e corruzione che non risparmia neanche gli ammalati, anzi ne approfitta, estorcendo denaro e organizzando truffe.

Conosciamo la storia di Grégoire e dei suoi “matti” grazie al giornalista Rodolfo Casadei, inviato della rivista Tempi, che in lui si è imbattuto molti anni or sono, ne ha seguito le vicende e adesso gli ha dedicato un libro: “Grégoire. Quando la fede spezza le catene”. Da leggere.

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