L’erotismo è presente in ogni salsa e a tutte le ore, ma – è sempre più evidente – si tratta di un eros senza fiamma, senza tensione, senza desiderio di totalità. Il motivo? Si è perso il senso originario dell’eros, opposto a quello che oggi va per la maggiore.     

Cristo ha forse distrutto Eros? È la domanda di Benedetto XVI nella Deus Caritas est. È nota la risposta di Nietzsche: sì, il cristianesimo ha avvelenato eros. Pure senza ucciderlo, lo ha indotto a degradarsi in vizio. Ma papa Benedetto, emulo del suo grande amico e maestro Josef Pieper, contesta l’accusa nicciana. L’agape cristiana non è la negazione, ma la risposta all’inesausta ricerca dell’eros. Agape (amore che discende) non distrugge Eros (amore che ascende). Piuttosto è dal loro incontro, è dall’unità di eros e di agape che «si realizza la vera natura dell’amore» (Deus caritas est, n. 7).

Il cristianesimo, dice papa Ratzinger, lungi dal voler avvelenare eros, aspira a sanarlo. Come ogni realtà umana anche eros abbisogna di purificazione e maturazione, essendo soggetto al rischio di degenerare e pervertirsi come nelle infinite esaltazioni idolatriche del paganesimo antico.

C’è eros e eros, dunque. C’è un amore umano che è già apertura al mistero della redenzione e c’è un amore umano che è chiusura nei confronti di quello stesso amore redentivo.

In quell’autentico gioiello del pensiero che è La speranza nella rivoluzione, Vittorio Mathieu arriva appunto a distinguere due forme radicalmente diverse di eros, cioè di amore. Una forma per la quale l’amore è un segno della condizione finita dell’uomo, un’altra per cui l’amore è una manifestazione del rifiuto della condizione finita dell’uomo. Questa seconda forma è quella abbracciata dall’eros rivoluzionario. Chiameremo homo eroticus l’uomo plasmato dalla prima forma di eros e homo androgynous quello ispirato dalla seconda forma.

DUE “EROS”, UNO OPPOSTO ALL’ALTRO

L’homo eroticus è un mendicante pieno di bisogni da soddisfare, non un dio. Perché un dio bisognoso, un dio che mendica, un dio che ha sete non è già più tale: divino è chi deve perlomeno non sentire bisogno, non bramare altro, non tendere all’infuori di sé. Non a caso Diotima, la sacerdotessa che si rivolge a Socrate nel Simposio, racconta che Eros è figlio di Poros (Espediente) e Penìa (Povertà). La tensione erotica perciò dà all’uomo il senso pieno della propria condizione creaturale. L’eros non rivoluzionario, riconoscendo di non-essere-come-Dio, è già apertura al più-che-umano.

Tutt’altro discorso per l’eros rivoluzionario, che mostra la propria predilezione per una una figura in cui questa situazione antinomica – dove l’amore umano è destinato a non saziarsi mai appieno – non vige. È sempre il Simposio di Platone a parlarcene. Si tratta dell’androgino, l’essere sorgivo caratterizzato dalla fusione tra principio maschile e principio femminile. Il mito ci racconta come l’umanità androgina, dopo aver preso coscienza della propria forza, sia stata invasa dall’hybris adoperandosi per spodestare gli dèi. L’homo androgynous decide di muovere guerra al bersaglio più alto: l’Olimpo degli dèi. La reazione delle divinità olimpiche, dice il mito, provvede a spaccare in due gli esseri androgini, separando il maschile dal femminile per infiacchirne la volontà di potenza. E da allora le due metà sono alla ricerca della loro perduta unità. Zeus per impedire che l’umanità si estingua manda allora Eros, di modo che uomini e donne possano ricostruire fittiziamente l’antica integrità per mezzo del ricongiungimento fisico. Lo scopo dell’eros rivoluzionario è precisamente quello indicato da Jean Bastaire nel suo aureo libretto Eros redento: ricostituire l’androgino primordiale nel senso di due metà che, incastrandosi, vadano a formare nuovamente un tutto. L’amore viene così a coincidere con la ricerca di una unità ermeticamente sigillata, chiusa in se stessa.

L’eros rivoluzionario, mostra Mathieu, è un eros a tensione nulla, senza fiamma né limiti: un eros tendenzialmente depolarizzato. Per questo le comuni rivoluzionarie spiccano tanto per l’assoluta promiscuità quanto per un eros quieto, blando e scipito, perfino statico nelle sue manifestazioni. E di conseguenza, privo di qualunque gelosia (che ad ogni modo è rigorosamente bandita o almeno disincentivata: la gelosia indica la presenza di relazioni impartecipabili, cioè il permanere di una singolarità sfuggita alla dissoluzione nel corpo collettivo della comunità). La tensione qui è dissolta: è l’esito di un amore disindividualizzato, scaricato di tensione.

L’androgino perciò è il simbolo di una condizione opposta a quella creaturale. È addirittura la manifestazione massima della non creaturalità, della non limitazione, della non finitudine dell’uomo. Quello dell’homo androgynous è un mondo solipsistico, ripiegato su se stesso, chiuso nella propria orgogliosa autosufficienza. Una corazza ermeticamente chiusa a ogni apporto esterno, impermeabile all’irruzione misteriosa della grazia. Ogni incursione esteriore, in questo mondo autochiuso, è considerata una intrusione.

Depolarizzare l’eros, scaricando la sua tensione, equivale a levare quel senso di bisogno, sostanziato al tempo stesso di soddisfazione e insoddisfazione, che rivela così chiaramente la limitatezza creaturale dell’uomo. Di modo che Eros non sarà più mancanza, a mezza via tra sensibile e intelligibile, tra uomo e Dio, tra bestia e angelo. L’eros sarà allora puro possesso. Attraverso l’unione erotica l’uomo manifesterà la sua affinità col divino, attingerà alla pienezza dell’essere, si scoprirà come essere perfetto e completo. Non più creatura segnata dalla finitudine e dal peccato, ma divinità che ha ri-preso coscienza di sé.

ELIMINARE LA DIFFERENZA UOMO-DONNA SIGNIFICA DISTRUGGERE L’EROS

Secondo questa visione, la polarità sessuale è il primo carattere da cancellare. E ciò equivale ad azzerare la tensione tra i poli dell’eros, che si nutre nello stesso tempo di simmetria e dissimmetria. Inutile dire che da questa temperie attingono la propria linfa le teorie del genere. Negare in linea di principio ogni differenza qualitativa tra i sessi, la cancellazione delle differenze, le inversioni sessuali sono alcuni dei più antichi e classici motivi rivoluzionari, uno scopo perseguito con ostinato accanimento. Non si vuole tanto una uguaglianza formale (come quella giuridica), ma un’uguaglianza essenziale, fino a cancellare ogni differenza anatomica e psicologica. L’eros rivoluzionario esclude che vi sia una diversa essenza dei sessi e ascrive a eventi storici accidentali le differenze che non si riescono a negare. La donna e l’uomo, in quest’ottica, devono essere più che intercambiabili: la donna deve reduplicare esattamente l’uomo in tutte le sue funzioni, e viceversa. Così, al limite, l’uomo deve poter allattare come una madre, e una donna deve potersi sostituire all’uomo in tutte le sue manifestazioni, dal vestiario fino alla professione.

Ricorda nulla? Il gender, in definitiva, è soltanto una delle realizzazioni storiche dell’eros rivoluzionario. E come tale aspira a cancellare la differenza attraverso l’assolutizzazione della parità tra i sessi. Non si tratta di rispondere, secondo la dialettica tipica di una malsana reazione, con un assoluto di segno opposto, elevando la differenza al punto da cancellare la parità. Bisogna ripristinare una tensione vitale fatta di parità e differenza. Esercitare una forza unificatrice capace di contrastare le spinte alla dissociazione.

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